fairdays
la newsletter di [fair]

9 Agosto 2006

 

[Introduzione]

[Speciale Fairwatch] In questo speciale abbiamo deciso di dedicare la nostra newsletter alla controinformazione  >>
[fairwatch - notizie] Wal-Mart in salsa cinese: ed ora entra il sindacato  >>
Coca Cola e Pepsi Cola: pesticidi e bollicine? >>
La polizia blocca l'assalto di manifestanti pro-Hezbollah all'ambasciata britannica di Teheran >>
Le nazioni islamiche "oltraggiate" chiedono un immediato cessate il fuoco >>
[fairwatch - editoriali] Wto: è tempo di seminare
di Antonio Onorati - Presidente Centro Internazionale Crocevia / Tradewatch  >>
Il Round barcolla... e alla fine molla
di Monica Di Sisto - Vicepresidente [fair] e coordinatrice Tradewatch  >>
[appuntamenti
 - fair partecipa
]

IV Forum “L’impresa di
un’economia diversa”
Bari 31 agosto
3 settembre 2006
Filiere tessili dell’immaginario indossare nuove identita’ a tutela dei diritti  >>
Mass media anch’io: poveri, liberi e patinati  >>
 


back
home


 

[Introduzione]

[Speciale Fairwatch]. In questo speciale [fair]days abbiamo deciso di dedicare la nostra newsletter alla controinformazione, mettendo solo per un attimo nel cassetto le iniziative e le attività di [fair]: nonostante ferragosto, nonostante le ferie, la redazione di [fair]watch ha deciso di continuare a lavorare, aggiornando il blog e pubblicando gli editoriale (che potete leggere su www.faircoop.it/fairwatch.htm). Dallo stallo del Doha Round, alle notizie provienienti dai giornali israeliani, libanesi e iraniani sul conflitto in Medio Oriente, per arrivare ai diritti del lavoro in giro per il mondo: crediamo che su tutto ciò sia necessario comunque tenere gli occhi aperti e diffondere notizie. Un servizio speriamo utile, anche durante i momenti di vacanza. Che ogni tanto, finalmente, arrivano.
 
Buona lettura

<


[fairwatch - notizie] 

Wal-Mart in salsa cinese: ed ora entra il sindacato

Con 59 punti vendita ed oltre 23mila dipendenti, la statunitense Wal-Mart, la più grande catena di distribuzione al mondo, dal 1996 è all'assalto del celeste impero con l'obiettivo dichiarato di aprire altri 20 punti vendita entro la fine dell'anno e di raggiungere entro il 2010 quota 150mila dipendenti. Dal 29 luglio scorso Wal-Mart ha ceduto alle pressioni del governo cinese, permettendo l'entrata del sindacato della provincia meridionale del Fujian. Il sindacato cinese, l'ACFTU di derivazione governativa, è stato spesso accusato dalle organizzazioni non governative di lottare per miglioramenti minimi dell'ambiente di lavoro, senza però impegnarsi adeguatamente sul tema dei diritti del lavoro. Nonostante questo la presenza dell'ACFTU all'interno di un'impresa come Wal-Mart, da sempre non propensa ai rapporti con le componenti sindacali, potrebbe essere un importante punto di svolta nelle relazioni sindacali in Cina, considerato che oltre il 70% delle 100mila imprese a capitale estero con più di 25 dipendenti disattende la legge cinese non accettando il sindacato.

<


Coca Cola e Pepsi Cola: pesticidi e bollicine?

L'organizzazione indipendente India Resources ha recentemente diffuso che secondo un nuovo studio del Centro per la Scienza e per l'Ambiente (CSE), gruppo di ricerca e di advocacy che lavora per la tutela per l'interesse pubblico. Il CSE ha dimostrato che 57 campioni di Coca Cola e Pepsi Cola provenienti da 25 differenti fabbriche di imbottigliamento in 12 stati indiani erano contaminati da residui di pesticida. Nello studio si è rilevato "un cocktail di tre o cinque differenti pesticidi in tutti i campioni", con una concentrazione media che superava di 24 volte i limiti più alti fissati dall'Unione Europea e proposti dall'Ufficio Indiano per gli Standard (BIS), organismo governativo responsabile per gli standard di qualità.

<


Rassegna stampa (1): la polizia blocca l'assalto di manifestanti pro-Hezbollah all'ambasciata britannica di Teheran (Daily Star - Libano)

Decine di iraniani arrabbiati contro la continua offensiva israeliana in Libano hanno tentato di assaltare venerdì l'ambasciata britannica, colpendo l'edificio con lanci di pietre e molotov, mentre diverse manifestazioni sono state organizzate nella regione. I dimostranti, principalmente della milizia Basij, si sono scontrati con la polizia dopo il tentato assalto al compound. I manifestanti hanno abbattuto il cancello dell'ambasciata prima di essere sfollati dalla polizia.

<


Rassegna stampa (2): le nazioni islamiche "oltraggiate" chiedono un immediato cessate il fuoco (Teheran Times - Iran)

Le nazioni islamiche hanno chiesto giovedì l'immediato cessate il fuoco in Medio Oriente, esprimendo sconcerto e condanna al "doppio standard" internazionale rispetto all'offensiva israeliana in Libano e ammonendo per le disastrose conseguenze se l'attacco continuerà.
In una bozza di documento redatta in una riunione d'emergenza l'Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC), blocco che riunisce 57 nazioni islamiche, ha dichiarato che le Nazioni Unite devono intervenire: "Chiediamo che il Consiglio di Sicurezza delle ONU si assuma la responsabilità di mantenere la pace e la sicurezza internazionale senza alcun ulteriore ritardo, decidendo di imporre un immediato e generale cessate il fuoco".
Sul documento si aggiunge che l'OIC condanna decisamente l'offensiva israeliana in Libano e "condanna Israele per la piena responsabilità per le conseguenze della sua aggressione".

<


[fairwatch - editoriali]

Wto: è tempo di seminare 
di Antonio Onorati - Presidente Centro Internazionale Crocevia / Tradewatch

Possiamo a giusto titolo considerare gli ultimi dieci anni di confronto tra il tentativo di imporre le regole del liberalismo monopolista del WTO sull’agricoltura del pianeta e la resistenza di quanti – non solo nei campi – si sono opposti all’idea che il cibo fosse una merce, come il tempo dei lavori di preparazione del terreno.

Il congelamento attuale del negoziato annunciato lunedì 24 luglio riconosce lo stato dei fatti e apre – se i governi sapranno responsabilmente coglierne l’occasione – una fase nuova nei negoziati multilaterali necessari a regolare il commercio mondiale.

Per un’incredibile insieme di coincidenze – poiché la mobilitazione dei movimenti era prevista, in Ginevra, alla fine della settimana, in coincidenza del Consiglio del WTO – era presente lunedì, per altri motivi, una sparutissima pattuglia di militanti che, nei dieci minuti successivi alla comunicazione della rottura del negoziato, si sono ritrovati sulle scale del palazzo del WTO. Sarà stata la sorpresa ma nella più totale solitudine – musi lunghi dei funzionari - si sono potuti sistemare comodamente sulle scale ed esporre i segni del proprio dissenso su cui campeggiava un lungo striscione “time for food sovereignty” dietro cui aveva trovato posto questa delegazione sintesi di dieci anni di lotte di tutti noi. Donne e uomini, 19 persone in tutto, ma ciascuna di nazionalità diversa, alcuni con diverse nazionalità, contadini, pescatori, attivisti, europei, africani, asiatici, latino americani, americani. Conosciuti in tutto il mondo – come la pipa di Josè – o silenziosi pescatori filippini per la prima volta fuori del loro paese. Mancavano i contadini coreani, una vera ingiustizia, avevano un posto riservato per loro. Una bella foto di famiglia il cui valore politico è stato subito colto dal Direttore Lamy che ha mandato li sulle scale un suo collaboratore ad invitare una delegazione per un incontro (che si è tenuto il giorno dopo di buon mattino ed in cui Lamy ha espresso la disponibilità a partecipare ad eventi di confronto sulla “sovranità alimentare, un concetto che vorrei capire”).

E questo è il punto. Capire ed accettare quello che chiediamo da 10 anni, cioè togliere il mandato al WTO di negoziare regolamentazioni che riguardano cibo, agricoltura e risorse naturali o insistere fino a rischiare la stessa sopravvivenza del WTO. E’ evidente ai più ormai che gli strumenti propri al WTO non possono regolare il mercato mondiale dei prodotti agricoli e – tanto meno la produzione agricola in funzione del mercato mondiale - tanto che a giugno un gruppo importante di paesi africani aveva già chiesto al WTO formalmente di riportare il negoziato sulle comodities agricole all’UNCTAD in modo da potersi dotare di strumenti internazionali capaci di regolare l’offerta (proposta che qualcuno qui da noi considera forse una posizione di gruppi “anacronistici”) ed arrestare il lungo declino dei prezzi dei prodotti agricoli, molti dei quali ormai stabilmente sotto i costi medi di produzione. Questo dilemma che pesa sul futuro del WTO non sarà affrontato con responsabilità dai governi delle “potenze esportatrice”, cioè dalla Commissione europea, dagli USA e da un gruppo di elite che rappresentano alcuni paesi detti in via di sviluppo perché il peso dell’ideologia – quella liberista che senza guerre e negoziati internazionali truccati non ha la forza di imporsi – e degli interessi privati li rende incapaci di affrontare la realtà: il mercato non può regolare il mondo.

Aspettiamo la discussione e le decisioni del Consiglio WTO per meglio avere una idea della strategie dei “potenti” e di qualche modesta comparsa ma – credo – che si debba passare da parte nostra ad una fase nuova, quella della semina delle alternative, quelle immaginate – nei campi, nelle foreste e nel mare – da quanti ogni giorno debbono trovare il modo di sopravvivere producendo il cibo per se e per tutti gli altri. Spostare il negoziato multilaterale in altre istanze delle Nazioni Unite – come UNCTAD e FAO – è una richiesta che avanziamo da molto tempo (Forum di Roma della società civile, 1996), restituire senso ai diritti fondamentali resta la linea su cui continuiamo a costruire iniziative. Ora dovremmo dar vita ad alleanze non tanto fra sigle di organizzazioni e movimenti come tali ma tra diversi attori sociali e le loro espressioni e le loro iniziative, attraverso il pianeta per fare emergere quella capacità di proposta che è andata consolidandosi in questi ultimi 10 anni sulle questioni del cibo, l’alimentazione, l’agricoltura e la sua capacità unica che ha avuto e continua ad avere di strutturare le società molto al di là della quota percentuale di addetti che rappresenta. Queste proposte affrontano i bisogni della enorme maggioranza dei cittadini e della popolazione mondiale: una vita dignitosa senza fame e povertà. Allora dovremmo utilmente affrontare i governi e dove possibile costruire un dialogo con alcuni di loro. Nei confronti degli altri sarà utile sviluppare azioni congiunte con i movimenti e le organizzazioni locali, sia a livello nazionale che regionale perché – con tutta evidenza – i vari e svariati accordi di “zone di libero scambio” e “accordi di partenariato” riprenderanno vigore, ampiezza e rapidità nell’implementazione. Fino ad ora la mobilitazione su questo terreno è stato appannaggio quasi esclusivo dei movimenti locali, ora deve diventare un terreno comune di solidarietà e azione.

Il trasferimento sempre possibile dell’agenda neo liberista dentro il sistema delle Nazioni Unite ci obbliga ad una estrema vigilanza. In particolare verso la FAO, che vive un periodo di grande fragilità e dove – da tempo – la UE, ad esempio, richiede che questa agenzia concentri i suoi compiti nello sviluppo di un “ruolo normativo” cioè nella costruzione degli standard di qualità degli alimenti (SPS, CODEX), magari secondo l‘idea di qualità propria all’agroindustria in modo tale da poterli usare nel contenzioso al WTO. Ma la FAO non appartiene solo ai governi e quindi non sarà così semplice imporre un’agenda liberista tutta l’Agenzia. Ne sarà semplice far retrocedere i movimenti e le organizzazioni della società civile dagli spazi – gli unici di democrazia reale – che sono andati conquistandosi in questi anni.

Allora si va a seminare e, anche se le nostre stagioni sembrano lunghe una decade, aspettiamo infine il raccolto.

<


Il Round barcolla... e alla fine molla
di Monica Di Sisto - Vicepresidente [fair] e coordinatrice Tradewatch

Sollievo, per un pacchetto di regole che avrebbe potuto, secondo le stime di Banca mondiale, delle Agenzie delle Nazioni Unite competenti ma anche di tutti i sindacati e i movimenti sociali, accelerare la perdita di occupazione, aprire selvaggiamente alle esportazioni dei Paesi più competitivi, mercati agricoli e industriali impreparati e fragili, con impatti sociali durissimi, ma anche immettere sul mercato come merci qualsiasi, i diritti, i servizi essenziali e i beni comuni dell’umanità.

All’indomani della “sospensione a tempo indeterminato” dei negoziati rilanciati a Doha dall’Organizzazione Mondiale del commercio, quel risultato che i movimenti sociali globali perseguivano fin dai giorni di Seattle, come “campagnari” appassionati e cittadini globali, possiamo ben concederci di tirare un po’ il fiato. Una pausa densa di riflessioni sugli scenari che da oggi si aprono per ripensare le scelte operate fino ad oggi dai Paesi leader in ambito Wto, ma anche

Io non penso, come altri fanno, che dobbiamo versare lacrime sul negoziato perduto; al contrario sono convinta che dobbiamo continuare a lavorare con maggiore speranza, ponendo sul tavolo della politica con forza tutte quelle alternative alle soluzioni rivelatesi non percorribili, che in questi anni abbiamo elaborato e proposto insieme.

Studi recenti della Banca Mondiale e altri studi non certo altermondialisti come il Carnegie Endowment, hanno sottolineato il fatto che l’agenda di liberalizzazioni proposta dai nostri Governi in casa ed in trasferta, ma anche quel misero “pacchetto dello sviluppo” che i Grandi avevano concesso nel negoziato di Doha, non portano benefici alla maggioranza delle donne e degli uomini del pianeta, in particolare a coloro che vivono in aree e in Paesi impoveriti. Convinciamocene tutti, governativi e non: il commercio può contribuire, ad alcune condizioni, alla crescita economica di aree e comunità povere, ma non è la panacea che traghetterà i più sventurati verso le meravigliose sorti e progressive.

Il collasso del Doha round ci insegna che non basta verniciare d’equo le bancarelle globali e aprire il portafogli degli aiuti, per raggiungere un nuovo equilibrio globale in questo mondo che non riesce a far tacere nemmeno per un’ora cannoni e speculazioni. Il patto sociale globale va rifondato superando tutti i luoghi comuni che autorizzano e legittimano i poteri neoliberali, come anche certo associazionismo di antico pensiero. Dobbiamo guardare con laicità a un mondo nuovo.

Ad un’Europa e a quegli Stati Uniti che non hanno rinunciato a fare dumping sui Paesi più poveri e a guardare con voracia ai nuovi mercati agricoli e industriali da aprire in quel Sud che sta crescendo. Ma anche ad un Brasile che ha messo al primo posto i possibili nuovi affari per i propri latifondisti dell’agrobusiness; a quell’India che lo ha fatto con i suoi imprenditori dei servizi e alla Cina che ha protetto innanzitutto il proprio settore manifatturiero. Dimenticandosi del proprio passato recente, queste tre potenze emergenti hanno rincorso Stati Uniti ed Europa nella corsa verso l’accesso al mercato, dimentichi delle richieste e delle condizioni della grande massa dei Paesi più poveri che sono rimasti largamente esclusi dai negoziati.

Ora la parola passa alla politica, all’azione rinnovata di tutti noi verso quella auspicabile “cura dimagrante” della Wto, dalla quale, finalmente, far uscire i diritti, la biodiversità e i servizi essenziali, riaffermando la priorità dei popoli di negoziare modelli di convivenza e di sviluppo (e di decrescita) sostenibili, a prescindere delle esigenze dei mercati.

Gli altri editoriali li trovate su www.faircoop.it/fairwatch.htm  sezione archivio

<


[appuntamenti - fair partecipa]

IV Forum “L’impresa di un’economia diversa”
Bari 31 agosto – 3 settembre 2006

Sabato 2 settembre 2006

FILIERE TESSILI DELL’IMMAGINARIO
INDOSSARE NUOVE IDENTITA’ A TUTELA DEI DIRITTI

Promosso da Fair, ICEA e Mani Tese

Il ruolo delle economie alternative e del consumo critico è stato fin dalla loro inizio quello di permettere al cittadino che consuma di poter esercitare il proprio diritto di scelta. Sostanziando il concetto che sta alla base dell'idea di società dei consumi, la possibilità cioè di avere un gran numero di possibilità di scelta apparente avendo di fronte molti prodotti apparentemente diversi, il consumo critico ha saputo contaminare l'approccio "consumo dunque sono" con comportamenti responsabili, altruistici, solidali. Penetrando all'interno del dispositivo ne ha, almeno in parte, sovvertito gli esiti, arrivando persino a proporre scelte di non consumo. Il consumo critico diventa quindi una riappropriazione del'atto del consumo da parte del cittadino, maggiore libertà, maggiore democrazia.
Ma questo ragionamento, base teorica del consumo critico, è reale o rischia di essere un obiettivo futuribile, ma di difficile applicazione?

L'immaginario e l'identità
L'approccio consumistico vede come uno dei motori immobili la creazione dell'immaginario, substrato su cui i grandi attori economici e sociali tentano di agire e grazie al quale si modificano comportamenti di vita e di consumo. La logica del marketing, in questi anni collegata alla definizione di nuove identità in un mondo globalizzato che tende ad annullarle, crea nuove tribù e nuove comunità, spesso virtuali, unite da un unico filo comune, quello dell'identificarsi e riconoscersi in un logo, in un'immagine decontestualizzata rispetto alla realtà dei rapporti sociali, dei conflitti e delle storie umane.

Un workshop, un unico filo rosso
La filiera tessile è uno degli elementi cardine di tutto il ragionamento, le grandi corporations del tessile abbigliamento, dalle grandi firme alle linee più sconosciute, adottano spesso il doppio binario della delocalizzazione produttiva, dell'abbassamento di diritti e costo del lavoro da una parte, e della creazione di un immaginario tranquillizzante, familiare o stimolante. Utilizzando grandi nomi come testimonial, o spot dalla fotografia accattivante o coinvolgente, il tutto però con l'obiettivo di creare comunità. E' necessario quindi ripartire dal concreto, dalle condizioni reali dei produttori di cotone, passando per la catena di montaggio informali delle industrie di manifattura, per poi arrivare a trattare dei collegamenti con l'immaginario, il marketing, la creazione dell'identità.

Come possiamo agire noi, come cittadini responsabili, come realtà di movimento, per agire adeguatamente sull'ultima fase, quella della riproduzione dell'immagine e dell'appartenenza, per poter intervenire in maniera più adeguata nei primi anelli della catena?
Un incontro dedicato a persone consapevoli, botteghe del commercio equo, organizzazioni non governative, realtà di movimento. Uno spazio aperto dove ragionare, dove trovare strategie comuni per un lavoro politico, sociale, comunicativo a tutela dei diritti del lavoro e dell'ambiente.

Modera: Deborah Lucchetti, presidente di Fair
Intervengono:

- Ibrahima Coulibaly, presidente Cnop, il coordinamento dei produttori agricoli del Mali
- Maria Rosa Cutillo, Mani Tese e tra i referenti della Campagna Responsabilità Sociale delle Imprese "Meno Beneficenza Più Diritti"
- Paolo Foglia, ICEA
- Lucy Salamanca, designer etica

Per maggiori informazioni sul workshop:
Alberto Zoratti - [fair] -
azoratti@yahoo.it

<


 
IV Forum “L’impresa di un’economia diversa”
Bari 31 agosto – 3 settembre 2006

Sabato 2 settembre 2006
Promosso da Fair, Carta, Agenzia Metamorfosi, Radio Amisnet, Centro Ricerche Studi Culturali dell’Università La Sapienza di Roma, Periodico Cercasiunfine, Gli altri media in Italia 
 

I care, mi riguarda. L'italia ha una antica tradizione di media locali, di strumenti comunitari e sociali di collegamento e di rappresentazione di pratiche di cittadinanza e di solidarietà. Sotto la spinta congiunta dei processi di globalizzazione e di innovazione tecnogica, anche nel nostro Paese abbiamo assistito al moltiplicarsi dei media alternativi. Web, radio, le più tradizionali versioni cartacee, agiti e rinterpretati con sobrietà ma in forme sempre più attraenti, tecnologiche e professionali, questi nuovi media sono "altri" dai media per contenuti, stili espressivi, modalità produttive, distributive e di consumo. Diversi, ma proprio per questo sostenuti da un pubblico sempre più ampio e attivo.

La nuova stagione della partecipazione
"Altre", rispetto a quelle che tradizionalmente raggiungono la visibilità mediatica sono, d'altronde, le identità e le politiche che si esprimono attraverso i media alternativi. Le nuove forme di partecipazione politica - dalle reti ai social forum, dalle campagne tematiche agli osservatori dal basso - che in Italia sono cresciute e hanno preso nuovo vigore insieme ai movimenti sociali, costruiscono laboratori nei quali la "P"olitica - il vivere insieme la dimensione pubblica globale e dei beni comuni - viene letta e agita a partire dal vissuto quotidiano di quei cittadini che troppo spesso subiscono impatti e conseguenze di decisioni prese sempre più lontano da loro. E' per questo che l'identità stessa della nuova partecipazione è comunicazione: stare in rete, rappresentarsi, ricostruire identità sociali, soggettive e collettive, generano dinamiche di scambio di informazionie di formazione a una cittadinanza globale più consapevole.
 

Verso un Osservatorio dei media alternativi sulla politica
La proposta che vogliamo cominciare a esplorare e delineare insieme, nel corso della seconda parte del Workshop, attraverso un dialogo attivo e fattivo con tutti i partecipanti, è quella della creazione di un Osservatorio dei media alternativi sulla politica. Per raccontare, commentare e accompagnare la politica del nuovo Governo italiano, ma anche delle istituzioni e organizzazioni internazionali delle quali gli "altri" media si occupano, per individuare tendenze, aperture, iniziative, derive e promuovere insieme nuove forme di partecipazione e di formazione politica.
Incontriamoci!

Questo w-shop è aperto ai media-attivisti e alle loro reti, ai bloggers, agli studiosi, agli studenti, ai lettori, attori e consumatori dei media indipendenti, ma anche ai semplici curiosi. Uno spazio aperto nel quale trovare strategie comuni per un lavoro politico, sociale e di comunicazione.

Introduce e modera:
Monica Di Sisto, Giornalista, Vice presidente [Fair]e coordinatrice di [Fair]

Intervengono:
- Michele Sorice, Docente di Storia della Radio e della Televisione all'Università La Sapienza di Roma - Gli Altri-Media in Italia
- Giovanni Boccia Artieri, Docente di Sociologia dei new media all’Università di Urbino - I media-mondo dei media alternativi
- Pierluigi Sullo,Direttore responsabile di Carta - I Cantieri sociali raccontano la politica
- Mons. Rocco D'Ambrosio, docente di Filosofia politica all'Università Gregoriana di Roma, direttore di Cercasiunfine - Pensare politicamente: media e formazione sociale
- Cristiano Lucchi, Giornalista, Agenzia Metamorfosi - Comunicare le alternative
 
Per maggiori informazioni sul workshop: 
Monica Di Sisto - [fair] - moni.disisto@iol.it
 
<