[Introduzione]
[Speciale Fairwatch]. In
questo speciale [fair]days abbiamo deciso di dedicare la nostra
newsletter alla controinformazione, mettendo solo per un attimo
nel cassetto le iniziative e le attività di [fair]: nonostante
ferragosto, nonostante le ferie, la redazione di [fair]watch ha
deciso di continuare a lavorare, aggiornando il blog e pubblicando
gli editoriale (che potete leggere su
www.faircoop.it/fairwatch.htm). Dallo stallo del Doha Round,
alle notizie provienienti dai giornali israeliani, libanesi e
iraniani sul conflitto in Medio Oriente, per arrivare ai diritti
del lavoro in giro per il mondo: crediamo che su tutto ciò sia
necessario comunque tenere gli occhi aperti e diffondere notizie.
Un servizio speriamo utile, anche durante i momenti di vacanza.
Che ogni tanto, finalmente, arrivano.
Buona lettura
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[fairwatch - notizie]
Wal-Mart in salsa cinese: ed ora entra il sindacato
Con 59 punti vendita ed oltre 23mila
dipendenti, la statunitense Wal-Mart, la più grande catena di
distribuzione al mondo, dal 1996 è all'assalto del celeste
impero con l'obiettivo dichiarato di aprire altri 20 punti
vendita entro la fine dell'anno e di raggiungere entro il 2010
quota 150mila dipendenti. Dal 29 luglio scorso Wal-Mart ha
ceduto alle pressioni del governo cinese, permettendo
l'entrata del sindacato della provincia meridionale del Fujian.
Il sindacato cinese, l'ACFTU di derivazione governativa, è
stato spesso accusato dalle organizzazioni non governative di
lottare per miglioramenti minimi dell'ambiente di lavoro,
senza però impegnarsi adeguatamente sul tema dei diritti del
lavoro. Nonostante questo la presenza dell'ACFTU all'interno
di un'impresa come Wal-Mart, da sempre non propensa ai
rapporti con le componenti sindacali, potrebbe essere un
importante punto di svolta nelle relazioni sindacali in Cina,
considerato che oltre il 70% delle 100mila imprese a capitale
estero con più di 25 dipendenti disattende la legge cinese non
accettando il sindacato.
Coca Cola e Pepsi Cola: pesticidi e bollicine?
L'organizzazione indipendente India
Resources ha recentemente diffuso che secondo un nuovo studio
del Centro per la Scienza e per l'Ambiente (CSE), gruppo di
ricerca e di advocacy che lavora per la tutela per l'interesse
pubblico. Il CSE ha dimostrato che 57 campioni di Coca Cola e
Pepsi Cola provenienti da 25 differenti fabbriche di
imbottigliamento in 12 stati indiani erano contaminati da
residui di pesticida. Nello studio si è rilevato "un cocktail
di tre o cinque differenti pesticidi in tutti i campioni", con
una concentrazione media che superava di 24 volte i limiti più
alti fissati dall'Unione Europea e proposti dall'Ufficio
Indiano per gli Standard (BIS), organismo governativo
responsabile per gli standard di qualità.
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Rassegna
stampa (1): la polizia blocca l'assalto di manifestanti
pro-Hezbollah all'ambasciata britannica di
Teheran (Daily Star - Libano)
Decine di iraniani arrabbiati contro la continua offensiva
israeliana in Libano hanno tentato di assaltare venerdì
l'ambasciata britannica, colpendo l'edificio con lanci di pietre
e molotov, mentre diverse manifestazioni sono state organizzate
nella regione. I dimostranti, principalmente della milizia Basij,
si sono scontrati con la polizia dopo il tentato assalto al
compound. I manifestanti hanno abbattuto il cancello
dell'ambasciata prima di essere sfollati dalla polizia.
Rassegna
stampa (2): le nazioni islamiche "oltraggiate" chiedono un
immediato cessate il fuoco (Teheran
Times - Iran)
Le nazioni
islamiche hanno chiesto giovedì l'immediato cessate il fuoco in
Medio Oriente, esprimendo sconcerto e condanna al "doppio
standard" internazionale rispetto all'offensiva israeliana in
Libano e ammonendo per le disastrose conseguenze se l'attacco
continuerà.
In una bozza di documento redatta in una riunione d'emergenza
l'Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC), blocco che
riunisce 57 nazioni islamiche, ha dichiarato che le Nazioni
Unite devono intervenire: "Chiediamo che il Consiglio di
Sicurezza delle ONU si assuma la responsabilità di mantenere la
pace e la sicurezza internazionale senza alcun ulteriore
ritardo, decidendo di imporre un immediato e generale cessate il
fuoco".
Sul documento si aggiunge che l'OIC condanna decisamente
l'offensiva israeliana in Libano e "condanna Israele per la
piena responsabilità per le conseguenze della sua aggressione".
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[fairwatch - editoriali]
Wto: è tempo di seminare
di Antonio
Onorati - Presidente Centro Internazionale Crocevia / Tradewatch
Possiamo a giusto titolo considerare gli ultimi
dieci anni di confronto tra il tentativo di imporre le regole
del liberalismo monopolista del WTO sull’agricoltura del pianeta
e la resistenza di quanti – non solo nei campi – si sono opposti
all’idea che il cibo fosse una merce, come il tempo dei lavori
di preparazione del terreno.
Il congelamento attuale del negoziato annunciato
lunedì 24 luglio riconosce lo stato dei fatti e apre – se i
governi sapranno responsabilmente coglierne l’occasione – una
fase nuova nei negoziati multilaterali necessari a regolare il
commercio mondiale.
Per un’incredibile insieme di coincidenze –
poiché la mobilitazione dei movimenti era prevista, in Ginevra,
alla fine della settimana, in coincidenza del Consiglio del WTO
– era presente lunedì, per altri motivi, una sparutissima
pattuglia di militanti che, nei dieci minuti successivi alla
comunicazione della rottura del negoziato, si sono ritrovati
sulle scale del palazzo del WTO. Sarà stata la sorpresa ma nella
più totale solitudine – musi lunghi dei funzionari - si sono
potuti sistemare comodamente sulle scale ed esporre i segni del
proprio dissenso su cui campeggiava un lungo striscione “time
for food sovereignty” dietro cui aveva trovato posto questa
delegazione sintesi di dieci anni di lotte di tutti noi. Donne e
uomini, 19 persone in tutto, ma ciascuna di nazionalità diversa,
alcuni con diverse nazionalità, contadini, pescatori, attivisti,
europei, africani, asiatici, latino americani, americani.
Conosciuti in tutto il mondo – come la pipa di Josè – o
silenziosi pescatori filippini per la prima volta fuori del loro
paese. Mancavano i contadini coreani, una vera ingiustizia,
avevano un posto riservato per loro. Una bella foto di famiglia
il cui valore politico è stato subito colto dal Direttore Lamy
che ha mandato li sulle scale un suo collaboratore ad invitare
una delegazione per un incontro (che si è tenuto il giorno dopo
di buon mattino ed in cui Lamy ha espresso la disponibilità a
partecipare ad eventi di confronto sulla “sovranità alimentare,
un concetto che vorrei capire”).
E questo è il punto. Capire ed accettare quello
che chiediamo da 10 anni, cioè togliere il mandato al WTO di
negoziare regolamentazioni che riguardano cibo, agricoltura e
risorse naturali o insistere fino a rischiare la stessa
sopravvivenza del WTO. E’ evidente ai più ormai che gli
strumenti propri al WTO non possono regolare il mercato mondiale
dei prodotti agricoli e – tanto meno la produzione agricola in
funzione del mercato mondiale - tanto che a giugno un gruppo
importante di paesi africani aveva già chiesto al WTO
formalmente di riportare il negoziato sulle comodities agricole
all’UNCTAD in modo da potersi dotare di strumenti internazionali
capaci di regolare l’offerta (proposta che qualcuno qui da noi
considera forse una posizione di gruppi “anacronistici”) ed
arrestare il lungo declino dei prezzi dei prodotti agricoli,
molti dei quali ormai stabilmente sotto i costi medi di
produzione. Questo dilemma che pesa sul futuro del WTO non sarà
affrontato con responsabilità dai governi delle “potenze
esportatrice”, cioè dalla Commissione europea, dagli USA e da un
gruppo di elite che rappresentano alcuni paesi detti in via di
sviluppo perché il peso dell’ideologia – quella liberista che
senza guerre e negoziati internazionali truccati non ha la forza
di imporsi – e degli interessi privati li rende incapaci di
affrontare la realtà: il mercato non può regolare il mondo.
Aspettiamo la discussione e le decisioni del
Consiglio WTO per meglio avere una idea della strategie dei
“potenti” e di qualche modesta comparsa ma – credo – che si
debba passare da parte nostra ad una fase nuova, quella della
semina delle alternative, quelle immaginate – nei campi, nelle
foreste e nel mare – da quanti ogni giorno debbono trovare il
modo di sopravvivere producendo il cibo per se e per tutti gli
altri. Spostare il negoziato multilaterale in altre istanze
delle Nazioni Unite – come UNCTAD e FAO – è una richiesta che
avanziamo da molto tempo (Forum di Roma della società civile,
1996), restituire senso ai diritti fondamentali resta la linea
su cui continuiamo a costruire iniziative. Ora dovremmo dar vita
ad alleanze non tanto fra sigle di organizzazioni e movimenti
come tali ma tra diversi attori sociali e le loro espressioni e
le loro iniziative, attraverso il pianeta per fare emergere
quella capacità di proposta che è andata consolidandosi in
questi ultimi 10 anni sulle questioni del cibo, l’alimentazione,
l’agricoltura e la sua capacità unica che ha avuto e continua ad
avere di strutturare le società molto al di là della quota
percentuale di addetti che rappresenta. Queste proposte
affrontano i bisogni della enorme maggioranza dei cittadini e
della popolazione mondiale: una vita dignitosa senza fame e
povertà. Allora dovremmo utilmente affrontare i governi e dove
possibile costruire un dialogo con alcuni di loro. Nei confronti
degli altri sarà utile sviluppare azioni congiunte con i
movimenti e le organizzazioni locali, sia a livello nazionale
che regionale perché – con tutta evidenza – i vari e svariati
accordi di “zone di libero scambio” e “accordi di partenariato”
riprenderanno vigore, ampiezza e rapidità nell’implementazione.
Fino ad ora la mobilitazione su questo terreno è stato
appannaggio quasi esclusivo dei movimenti locali, ora deve
diventare un terreno comune di solidarietà e azione.
Il trasferimento sempre possibile dell’agenda neo
liberista dentro il sistema delle Nazioni Unite ci obbliga ad
una estrema vigilanza. In particolare verso la FAO, che vive un
periodo di grande fragilità e dove – da tempo – la UE, ad
esempio, richiede che questa agenzia concentri i suoi compiti
nello sviluppo di un “ruolo normativo” cioè nella costruzione
degli standard di qualità degli alimenti (SPS, CODEX), magari
secondo l‘idea di qualità propria all’agroindustria in modo tale
da poterli usare nel contenzioso al WTO. Ma la FAO non
appartiene solo ai governi e quindi non sarà così semplice
imporre un’agenda liberista tutta l’Agenzia. Ne sarà semplice
far retrocedere i movimenti e le organizzazioni della società
civile dagli spazi – gli unici di democrazia reale – che sono
andati conquistandosi in questi anni.
Allora si va a seminare e, anche se le nostre
stagioni sembrano lunghe una decade, aspettiamo infine il
raccolto.
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Il Round
barcolla... e alla fine molla
di Monica Di Sisto -
Vicepresidente [fair] e coordinatrice Tradewatch
Sollievo, per un pacchetto di regole che avrebbe
potuto, secondo le stime di Banca mondiale, delle Agenzie delle
Nazioni Unite competenti ma anche di tutti i sindacati e i
movimenti sociali, accelerare la perdita di occupazione, aprire
selvaggiamente alle esportazioni dei Paesi più competitivi,
mercati agricoli e industriali impreparati e fragili, con impatti
sociali durissimi, ma anche immettere sul mercato come merci
qualsiasi, i diritti, i servizi essenziali e i beni comuni
dell’umanità.
All’indomani della “sospensione a tempo
indeterminato” dei negoziati rilanciati a Doha dall’Organizzazione
Mondiale del commercio, quel risultato che i movimenti sociali
globali perseguivano fin dai giorni di Seattle, come “campagnari”
appassionati e cittadini globali, possiamo ben concederci di
tirare un po’ il fiato. Una pausa densa di riflessioni sugli
scenari che da oggi si aprono per ripensare le scelte operate fino
ad oggi dai Paesi leader in ambito Wto, ma anche
Io non penso, come altri fanno, che dobbiamo
versare lacrime sul negoziato perduto; al contrario sono convinta
che dobbiamo continuare a lavorare con maggiore speranza, ponendo
sul tavolo della politica con forza tutte quelle alternative alle
soluzioni rivelatesi non percorribili, che in questi anni abbiamo
elaborato e proposto insieme.
Studi recenti della Banca Mondiale e altri studi
non certo altermondialisti come il Carnegie Endowment, hanno
sottolineato il fatto che l’agenda di liberalizzazioni proposta
dai nostri Governi in casa ed in trasferta, ma anche quel misero
“pacchetto dello sviluppo” che i Grandi avevano concesso nel
negoziato di Doha, non portano benefici alla maggioranza delle
donne e degli uomini del pianeta, in particolare a coloro che
vivono in aree e in Paesi impoveriti. Convinciamocene tutti,
governativi e non: il commercio può contribuire, ad alcune
condizioni, alla crescita economica di aree e comunità povere, ma
non è la panacea che traghetterà i più sventurati verso le
meravigliose sorti e progressive.
Il collasso del Doha round ci insegna che non basta
verniciare d’equo le bancarelle globali e aprire il portafogli
degli aiuti, per raggiungere un nuovo equilibrio globale in questo
mondo che non riesce a far tacere nemmeno per un’ora cannoni e
speculazioni. Il patto sociale globale va rifondato superando
tutti i luoghi comuni che autorizzano e legittimano i poteri
neoliberali, come anche certo associazionismo di antico pensiero.
Dobbiamo guardare con laicità a un mondo nuovo.
Ad un’Europa e a quegli Stati Uniti che non hanno
rinunciato a fare dumping sui Paesi più poveri e a guardare con
voracia ai nuovi mercati agricoli e industriali da aprire in quel
Sud che sta crescendo. Ma anche ad un Brasile che ha messo al
primo posto i possibili nuovi affari per i propri latifondisti
dell’agrobusiness; a quell’India che lo ha fatto con i suoi
imprenditori dei servizi e alla Cina che ha protetto innanzitutto
il proprio settore manifatturiero. Dimenticandosi del proprio
passato recente, queste tre potenze emergenti hanno rincorso Stati
Uniti ed Europa nella corsa verso l’accesso al mercato, dimentichi
delle richieste e delle condizioni della grande massa dei Paesi
più poveri che sono rimasti largamente esclusi dai negoziati.
Ora la parola passa alla politica, all’azione
rinnovata di tutti noi verso quella auspicabile “cura dimagrante”
della Wto, dalla quale, finalmente, far uscire i diritti, la
biodiversità e i servizi essenziali, riaffermando la priorità dei
popoli di negoziare modelli di convivenza e di sviluppo (e di
decrescita) sostenibili, a prescindere delle esigenze dei mercati.
Gli altri
editoriali li trovate su
www.faircoop.it/fairwatch.htm sezione archivio
[appuntamenti - fair
partecipa]
IV Forum “L’impresa di un’economia diversa”
Bari 31 agosto – 3 settembre 2006
Sabato 2 settembre 2006
FILIERE TESSILI DELL’IMMAGINARIO
INDOSSARE NUOVE IDENTITA’ A TUTELA DEI DIRITTI
Promosso da Fair, ICEA e Mani Tese
Il ruolo delle
economie alternative e del consumo critico è stato fin dalla loro
inizio quello di permettere al cittadino che consuma di poter
esercitare il proprio diritto di scelta. Sostanziando il concetto
che sta alla base dell'idea di società dei consumi, la possibilità
cioè di avere un gran numero di possibilità di scelta apparente
avendo di fronte molti prodotti apparentemente diversi, il consumo
critico ha saputo contaminare l'approccio "consumo dunque sono"
con comportamenti responsabili, altruistici, solidali. Penetrando
all'interno del dispositivo ne ha, almeno in parte, sovvertito gli
esiti, arrivando persino a proporre scelte di non consumo. Il
consumo critico diventa quindi una riappropriazione del'atto del
consumo da parte del cittadino, maggiore libertà, maggiore
democrazia.
Ma questo ragionamento, base teorica del consumo critico, è reale
o rischia di essere un obiettivo futuribile, ma di difficile
applicazione?
L'immaginario e l'identità
L'approccio consumistico vede come uno dei motori immobili la
creazione dell'immaginario, substrato su cui i grandi attori
economici e sociali tentano di agire e grazie al quale si
modificano comportamenti di vita e di consumo. La logica del
marketing, in questi anni collegata alla definizione di nuove
identità in un mondo globalizzato che tende ad annullarle, crea
nuove tribù e nuove comunità, spesso virtuali, unite da un unico
filo comune, quello dell'identificarsi e riconoscersi in un logo,
in un'immagine decontestualizzata rispetto alla realtà dei
rapporti sociali, dei conflitti e delle storie umane.
Un workshop, un unico filo rosso
La filiera tessile è uno degli elementi cardine di tutto il
ragionamento, le grandi corporations del tessile abbigliamento,
dalle grandi firme alle linee più sconosciute, adottano spesso il
doppio binario della delocalizzazione produttiva,
dell'abbassamento di diritti e costo del lavoro da una parte, e
della creazione di un immaginario tranquillizzante, familiare o
stimolante. Utilizzando grandi nomi come testimonial, o spot dalla
fotografia accattivante o coinvolgente, il tutto però con
l'obiettivo di creare comunità. E' necessario quindi ripartire dal
concreto, dalle condizioni reali dei produttori di cotone,
passando per la catena di montaggio informali delle industrie di
manifattura, per poi arrivare a trattare dei collegamenti con
l'immaginario, il marketing, la creazione dell'identità.
Come possiamo agire
noi, come cittadini responsabili, come realtà di movimento, per
agire adeguatamente sull'ultima fase, quella della riproduzione
dell'immagine e dell'appartenenza, per poter intervenire in
maniera più adeguata nei primi anelli della catena?
Un incontro dedicato a persone consapevoli, botteghe del commercio
equo, organizzazioni non governative, realtà di movimento. Uno
spazio aperto dove ragionare, dove trovare strategie comuni per un
lavoro politico, sociale, comunicativo a tutela dei diritti del
lavoro e dell'ambiente.
Modera:
Deborah Lucchetti, presidente di Fair
Intervengono:
- Ibrahima Coulibaly,
presidente Cnop, il coordinamento dei produttori agricoli del Mali
- Maria Rosa Cutillo, Mani Tese e tra i referenti
della Campagna Responsabilità Sociale delle Imprese "Meno
Beneficenza Più Diritti"
- Paolo Foglia, ICEA
- Lucy Salamanca, designer etica
Per maggiori informazioni sul workshop:
Alberto Zoratti - [fair] -
azoratti@yahoo.it
IV Forum “L’impresa di un’economia diversa”
Bari 31 agosto – 3 settembre 2006
Sabato 2 settembre 2006
Promosso da Fair, Carta, Agenzia
Metamorfosi, Radio Amisnet, Centro Ricerche Studi Culturali
dell’Università La Sapienza di Roma, Periodico Cercasiunfine,
Gli altri media in Italia
I care, mi riguarda. L'italia ha una
antica tradizione di media locali, di strumenti comunitari e
sociali di collegamento e di rappresentazione di pratiche di
cittadinanza e di solidarietà. Sotto la spinta congiunta dei
processi di globalizzazione e di innovazione tecnogica, anche
nel nostro Paese abbiamo assistito al moltiplicarsi dei media
alternativi. Web, radio, le più tradizionali versioni cartacee,
agiti e rinterpretati con sobrietà ma in forme sempre più
attraenti, tecnologiche e professionali, questi nuovi media sono
"altri" dai media per contenuti, stili espressivi, modalità
produttive, distributive e di consumo. Diversi, ma proprio per
questo sostenuti da un pubblico sempre più ampio e attivo.
La nuova stagione della
partecipazione
"Altre", rispetto a quelle
che tradizionalmente raggiungono la visibilità mediatica sono,
d'altronde, le identità e le politiche che si esprimono
attraverso i media alternativi. Le nuove forme di partecipazione
politica - dalle reti ai social forum, dalle campagne tematiche
agli osservatori dal basso - che in Italia sono cresciute e
hanno preso nuovo vigore insieme ai movimenti sociali,
costruiscono laboratori nei quali la "P"olitica - il vivere
insieme la dimensione pubblica globale e dei beni comuni - viene
letta e agita a partire dal vissuto quotidiano di quei cittadini
che troppo spesso subiscono impatti e conseguenze di decisioni
prese sempre più lontano da loro. E' per questo che l'identità
stessa della nuova partecipazione è comunicazione: stare in
rete, rappresentarsi, ricostruire identità sociali, soggettive e
collettive, generano dinamiche di scambio di informazionie di
formazione a una cittadinanza globale più consapevole.
Verso un Osservatorio dei
media alternativi sulla politica
La proposta che vogliamo cominciare a
esplorare e delineare insieme, nel corso della seconda parte del
Workshop, attraverso un dialogo attivo e fattivo con tutti i
partecipanti, è quella della creazione di un Osservatorio dei
media alternativi sulla politica. Per raccontare, commentare e
accompagnare la politica del nuovo Governo italiano, ma anche
delle istituzioni e organizzazioni internazionali delle quali
gli "altri" media si occupano, per individuare tendenze,
aperture, iniziative, derive e promuovere insieme nuove forme di
partecipazione e di formazione politica.
Incontriamoci!
Questo w-shop è aperto ai
media-attivisti e alle loro reti, ai bloggers, agli studiosi,
agli studenti, ai lettori, attori e consumatori dei media
indipendenti, ma anche ai semplici curiosi. Uno spazio aperto
nel quale trovare strategie comuni per un lavoro politico,
sociale e di comunicazione.
Introduce e modera:
Monica Di Sisto, Giornalista, Vice presidente
[Fair]e coordinatrice di [Fair]
Intervengono:
- Michele Sorice, Docente di Storia della Radio
e della Televisione all'Università La Sapienza di Roma - Gli
Altri-Media in Italia
- Giovanni Boccia Artieri, Docente di
Sociologia dei new media all’Università di Urbino - I
media-mondo dei media alternativi
- Pierluigi Sullo,Direttore responsabile di
Carta - I Cantieri sociali raccontano la politica
- Mons. Rocco D'Ambrosio, docente di Filosofia
politica all'Università Gregoriana di Roma, direttore di
Cercasiunfine - Pensare politicamente: media e formazione
sociale
- Cristiano Lucchi, Giornalista, Agenzia
Metamorfosi - Comunicare le alternative
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