SULLA PELLE DEGLI ALTRI

Ci piacerebbe poter raccontare una storia diversa, fatta di prodotti che tentano di coniugare il rispetto del pianeta e delle persone. Vestirsi è un atto necessario, che può diventare massima espressione di vanità e leggerezza oppure gesto che comunica valori, piacere, identità.
Purtroppo le storie che scopriamo dietro le etichette degli abiti che indossiamo parlano spesso di sfruttamento, costi bassi e regole infrante, fatte apposta per poterci permettere di inondare gli scaffali dei grandi magazzini con tessuti e abbigliamento a basso costo che scontano il fatto di essere prodotti dove il lavoro delle persone vale poco o nulla o dove è possibile non tenere conto degli impatti ambientali di processi produttivi spesso nocivi.
E’ difficile riprendere il filo della matassa e ricostruire oggi una filiera tessile, è difficile individuare tutti gli attori che la compongono; marchi, distributori, fornitori, sub-fornitori, agenti e intermediari, pubblicitari e testimonial d’eccezione fanno tutti parte di un grande mercato, quello della moda,
dove l’immagine, il lusso e l’effimero sono proposti come valori assoluti. Chi non può permettersi abiti firmati originali, può sempre optare per i vestiti avanzati dalle collezioni precedenti e precipitarsi la domenica nell’outlet più vicino. Oppure può comprare merce contraffatta di tutte le marche, così simile a quella vera che sembra fatta proprio dalle stesse mani.
Merce di lusso e merce spazzatura sono spesso accomunate dagli stessi processi produttivi che rispondono a logiche mirate unicamente al profitto e alla competizione assoluta.
Se si comincia a grattare lo smalto delle apparenze e leggere attraverso le etichette e marchi luccicanti proposti dalla pubblicità, si scoprono i destini di milioni di persone, uomini, donne e anche bambini che passano la vita a cucire vestiti che non indosseranno mai per portare a casa la pagnotta, come si diceva un tempo qui da noi.

INSIEME PER CAMBIARE

C’è chi tenta di uscire da questa spirale provando a proporre un modo diverso di produrre, nel rispetto dei diritti sociali e dell’ambiente; capita quindi di sperimentare che è possibile produrre abbigliamento rispettando la salute e la sicurezza dei lavoratori, pagando salari dignitosi, garantendo la libertà di associazione sindacale e contratti regolari, evitando di utilizzare sostanze nocive per la salute dei consumatori e per l’ambiente. Il Rajlakshmi Cotton Project nasce su questi presupposti dalla collaborazione tra i belgi del commercio equo di Magasins du Monde, Greenpeace, alcuni progetti di riconversione del cotone convenzionale in India promossi dall’ONG Olandese Solidaridad e l’impresa di confezionamento Green License, di proprietà della Rajlakshmi Cotton Mills P Ltd.
Il Rajlakshmi Cotton Project utilizza il cotone proveniente dal Mahima Project nel Madhya Pradesh (che interessa 6000 acri e coinvolge 1.020 famiglie di contadini che utilizzano metodi biodinamici) e dal Chetna Organic Cotton Project, certificato da Skal come cotone biologico e da FLO come progetto di commercio equo e solidale. Il cotone viene pagato con un sovrapprezzo del 15-20%, garantendo così maggiori risorse da redistribuire ai produttori.
La Green License si impegna ad acquistare tutto il raccolto di cotone biologico attraverso rapporti commerciali di lungo termine e sostiene diverse attività sociali nei villaggi, con particolare attenzione alla difesa dell’acqua.
La Green License inoltre ha cominciato un programma di miglioramento e cambiamento organizzativo per raggiungere gli standard richiesti dal codice di condotta ispirati dalla Clean Clothes Campaign; il programma di applicazione del codice è monitorato e sostenuto da Magasins du Monde e continuerà fino al definitivo adeguamento dell’impresa agli standard internazionali previsto per il 2007. Dal 2005 FAIR sostiene questo progetto di filiera integrata e ne segue gli sviluppi.

LA FELPA: UN CAPO SIMBOLO PER CONSUMATORI ORGANIZZATI E SOLIDALI

Si può pensare di comprare insieme anche i vestiti oltre alla pasta e alle patate? E’ possibile cominciare a capire qualcosa di più di come viene prodotto un capo di abbigliamento, seguirne la strada e verificarne l’impatto? Si può tentare di indossare abiti liberi da sfruttamento, prodotti in armonia con la natura, in grado di soddisfare il bisogno di praticità e di bellezza senza spendere troppo? E ancora, è possibile progettare insieme percorsi, abiti e opportunità a partire dal basso?
Questi quesiti hanno motivato e dato il via ad un'avventura cominciata nel 2006, quando alcuni membri del GAS Birulò di Genova hanno dato vita ad un gruppo di lavoro sul tessile che poi ha coinvolto l’Assemblea Nazionale dei GAS, fino alla formazione di un gruppo di lavoro nazionale, con l’obiettivo di costruire percorsi innovativi e rispondere all’esigenza sempre più diffusa dei consumatori critici di vestire abiti liberi da sfruttamento. E’ così che proprio all’Assemblea Nazionale di Cesena del 2006 è nata l’idea di partire con qualcosa di concreto e tangibile, un prodotto simbolo che segnasse l’inizio di un percorso verso un nuovo modo di vestire. La felpa ci è sembrata un bell’oggetto, semplice, essenziale, quotidiano, adatto a tutti.
La costruzione della felpa è stata lunga e articolata perchè non si è voluto fare un prodotto qualunque, ma un prodotto co-progettato e partecipato; reso possibile grazie ai GAS, che l’hanno proposto, voluto ed hanno condiviso tutte le fasi di preparazione; a FAIR insieme alle stiliste dello Spaventapasseri e ai produttori indiani del Rajlakshmi Cotton Project, che l’hanno immaginata, disegnata, prodotta e importata, a Libero Mondo che la distribuirà in Italia alle botteghe che vorranno condividere e sostenere questo progetto. La felpa è un prodotto, ma anche un modo di concepire gli abiti che indossiamo: perchè è ecologica, grazie all’impiego di cotone biologico, equa grazie al giusto prezzo pagato ai produttori di cotone, etica grazie all’impegno dell’impresa di confezionamento che rispetta i diritti dei lavoratori.

per altre informazioni: informazioni@faircoop.it