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di Luca Martinelli
Mani Tese/Forum italiano dei movimenti per l’acqua
Settimana dall' 22 ottobre al 04 novembre
Beni Comuni. Il Governo italiano
fa acqua?
Da Il Sole-24 Ore di venerdì 29
settembre: “Il patto di sindacato di Hera ha dato mandato «al management
dell’azienda di verificare l’esistenza delle condizioni per avviare
trattative con Enìa», la multiutility di Reggio Emilia, Parma e
Piacenza. La decisione è stata presa dopo una riunione del patto in cui
siedono i principali sindaci, da Modena a Rimini, che detengono oltre il
50% del capitale di Hera”.
Nemmeno dieci giorni prima anche AEM e ASM, le ex municipalizzate di
Milano e Brescia [oggi Società per Azioni quotate in Borsa] avevano
annunciato la [possibile] fusione, ricevendo il plauso del presidente
dell’Antitrust, Antonio Catricalà: “L'Antitrust, in linea di massima, è
favorevole ad aggregazioni che consentono alle imprese,
indipendentemente dalla loro natura pubblica o privata, di raggiungere
dimensioni efficienti”.
Settimana dopo settimana, in questi primi mesi di governo dell’Unione,
le nuove aggregazioni delineano in modo sempre più chiaro una nuova
geografia dell’Italia, frutto della spartizione del territorio nazionale
da parte delle utilities.
Un processo che avanza senza alcuna discontinuità con il governo
Berlusconi.
Eppure il programma di governo [sottoscritto dai partiti di maggioranza
e votato ad aprile anche dai rappresentanti delle organizzazioni sociali
in lotta contro la privatizzazione dell’acqua] è chiaro nel definire il
carattere di servizio di pubblico utilità del servizio idrico.
Così, mentre il Forum italiano dei movimenti per l’acqua si appresta a
lanciare “la campagna d’autunno” [una legge di iniziativa popolare
contenente Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica
delle acqua e disposizioni per la ri-pubblicizzazione del servizio
idrico, che viene depositata in Corte di Cassazione oggi, 24 ottobre],
dopo essersi ritrovato ad inizio settembre alle sorgenti del Peschiera
[con l’ormai tradizionale campeggio sul Peschiera, l’acquedotto contesto
tra la Provincia di Rieti e l’ACEA], poi a Lucca [per difendere l’unica
esperienza di gestione in house dell’intera Toscana] e il 7 ottobre a
Firenze, chiediamo al governo di bloccare quei processi di aggregazione
tra imprese [specie tra aziende già quotate in Borsa] che renderebbero
difficile, se non impossibile, l’applicazione puntuale del programma
dell’Unione, ovvero il ritorno ad una gestione pubblica del servizio
idrico integrato, ad un governo pubblico dell’acqua, bene comune e
diritto umano fondamentale.

di Carlo Testini
Presidenza Nazionale Arci
Vice Presidente Fairtrade Italia
Settimana dall' 8 al 21 ottobre
Verso una legge equa e solidale
Una cosa è certa: le sfide che oggi
il movimento di organizzazioni che sostiene e pratica il commercio equo
e solidale, sono davvero impegnative.
Dopo anni di faticosa richiesta di essere riconosciuti attori innovativi
di cambiamento, economico e sociale, e una crescita notevole della
diffusione dei prodotti certificati e non, lo scenario attuale ci
consente di ragionare con realismo sul futuro di questo “progetto”.
L’attenzione delle pubbliche amministrazioni (Città Eque, Mense
Solidali) e degli attori istituzionali (l’AIES, associazione
interparlamentare per il commercio equo e solidale, in primis) è
decisamente cresciuta.
Molti dei temi centrali dell’azione del nostro movimento sono entrati
nell’agenda della responsabilità sociale delle imprese (Norme Onu sulla
tutela dei diritti umani per le aziende transnazionali, Global Compact,
ect.) e della riflessione sui modelli di governance e di sviluppo
dell’economia.
I consumatori, almeno così dicono i sondaggi, sono molto più attenti al
rispetto dei diritti umani e alla sostenibilità ambientale degli attori
economici.
Possiamo quindi sostenere che, almeno dal punto di visita “culturale”
abbiamo raggiunto risultati importanti. Anche se non sufficienti.
D’altro canto, è evidente a molti che, come tante volte è successo nella
storia del commercio equo, c’è bisogno di una riflessione seria e
condivisa per disegnare nuove strategie. Trovare nuovi strumenti per
tutelare l’incredibile patrimonio di innovazione e impegno
dell’approccio originario del CES, coniugandolo con la necessità di
contaminarsi, di confrontarsi con i mercati tradizionali e cambiarne i
meccanismi.
C’è un salutare e franco dibattito sui tempi e gli strumenti di cui
dotarsi per affrontare queste sfide. Nel nostro Paese, da qualche tempo,
le principali organizzazioni di secondo livello che promuovono il
commercio equo e solidale, hanno scelto di lavorare insieme costituendo
un “tavolo di confronto” permanente.
Un percorso per nulla scontato, invidiato da molti colleghi europei e
non solo, che si pone obiettivi ambiziosi: una legge quadro di tutela e
promozione del CES, un confronto continuativo sugli obiettivi generali e
gli aspetti più controversi delle diverse impostazioni, la possibilità
di incidere sulle strategie dei soggetti di rappresentanza
internazionali come IFAT (la federazione delle organizzazioni) e FLO (la
federazione dei marchi di certificazione).
Il percorso legislativo che vorremmo chiudere entro l’anno, fortemente
sostenuto dai parlamentari dell’AIES, è necessariamente unitario. Agices,
Assobotteghe e Faritrade Italia si confrontano alla pari su tutela delle
organizzazioni di CES e certificazione di prodotto, accompagnando questo
lavoro con la messa a fuoco di obiettivi generali condivisi. E’
complesso, ma è possibile. Soprattutto se le organizzazioni avranno la
capacità di evitare fughe in avanti, mettendosi in gioco pienamente.
Una legge italiana sul commercio equo e solidale, condivisa da tutto il
movimento, costituirà uno strumento importante a vantaggio dei piccoli
produttori dei sud del mondo, delle reti di economia solidale, dei
consumatori responsabili, di un approccio trasparente alla
responsabilità sociale d’impresa a sostegno dei diritti sociali.
E consentirà al movimento italiano di proporre a livello internazionale
una strada nuova, attenta alla qualità dei soggetti coinvolti, tutelati
nella loro azione, trasparenti nei confronti di cittadini ed
istituzioni, con il necessario coinvolgimento delle comunità dei piccoli
produttori.

di Monica Di Sisto
Fair/Tradewatch
Settimana dal 01 al 08 ottobre
Stop EPA. La nostra parola d'ordine
Si era scottata sotto il sole di
Cancun tre anni fa, ha fatto indigestione di involtini primavera ad Hong
Kong lo scorso dicembre. L’ideologia della globalizzazione neoliberista
sembrava avesse alzato bandiera bianca sui marciapiedi di Rue de
Lausanne, a Ginevra, davanti alla sede della Wto. Con il Doha Round in
ko tecnico la strada per un ripensamento delle logiche del commercio
internazionale sembrava dietro l’angolo.
Ma mentre da più parti si accorre a porgere i sali ad un pugile ormai un
po’ sfibrato e sinceramente acciaccato, ai lati del ring non solo le
scommesse continuano, ma si svolgono veri e propri affari.
Insomma da diversi anni, quattro per l’esattezza, la Direzione Commercio
della Commissione Europea sta negoziando, o cercando di negoziare, con i
77 Paesi dell’area ACP (le ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico) gli
Accordi di Partenariato Economico, per amici e conoscenti EPA, con
l’obiettivo di portarli a compimento entro il 2007. Al di fuori della
caratteristica retorica che contraddistingue le dichiarazioni del
Commissario europeo Mandelsson, che parlano di aiuto sostanziale per i
Paesi del Sud. Senza alcuna considerazione per i processi di
integrazione regionale dei Paesi africani in particolare, la UE ha
tracciato i confini delle sei regioni con le quali negoziare gli EPA,
spezzando il blocco dei paesi ACP e quindi diminuendo la loro forza
negoziale.
La ricetta è oramai la consueta apertura indiscriminata dei mercati, la
liberalizzazione dei servizi, in particolare quelli sanitari, idrici,
educativi; l’imposizione dei diritti di proprietà intellettuale sia per
ciò che riguarda i farmaci che la biodiversità. Insomma una vera e
propria WTO-plus che con la promessa di maggior benessere per tutti
rende i Paesi del Sud mercato di conquista per le imprese occidentali.
Ma nella realtà non esistono ricerche in grado di dimostrare dati alla
mano che gli EPA siano davvero in grado di innescare un circolo virtuoso
di sviluppo nei Paesi ACP. Il 60% delle esportazioni da questi Paesi si
concentra solo su 9 prodotti e le liberalizzazioni degli ultimi anni ne
hanno ridotto (e non aumentato) la loro partecipazione al commercio
mondiale, passando dal 3.4% del 1976 al 1.1% del 1999.
Gli EPA consentirebbero un azzeramento delle tariffe sulle merci in
entrata, ma già oggi il 97% dei prodotti che entrano nel mercato europeo
da quei paesi sono esenti da tasse e da quote d’importazione, tuttavia
l’Africa non ci ha mai guadagnato. Al contrario l’abbattimento delle
tariffe nei Paesi del Sud farebbe mancare ai governi l’unica fonte di
risorse economiche, necessaria per tenere in piedi le loro già fragili
economie, rese ancora più vulnerabili dalle produzioni europee che hanno
invaso i mercati africani più deregolati. Ma i rischi della
liberalizzazione colpiscono anche il nostro paese: sono già stati
identificati 14 prodotti considerati “a rischio” (tra cui riso,
pomodori, olio d’oliva, vino e arance) che rappresentano più del 45% del
valore aggiunto agricolo di 8 regioni italiane.
Per questi motivi l’Osservatorio sul Commercio Internazionale Tradewatch
e la Campagna EuropAfrica chiedono, con una petizione che potete trovare
su www.tradewatch.it, di ricondurre il negoziato sugli EPA in una logica
di sviluppo basata sul rispetto del diritto alla sovranità alimentare e
la promozione dell’integrazione regionale attualmente promossa dai paesi
ACP, così come di rinunciare alla liberalizzazione degli investimenti e
dei servizi essenziali e alla rigida imposizione dei brevetti. Tutto
attraverso il coinvolgimento della società civile, dei movimenti di
cittadini, trovando soluzioni che permettano l’autosviluppo delle
comunità privilegiando i mercati locali e regionali.
Non solo un’Agenda per il Sud, ma una vera e propria inversione di rotta
partendo dal necessario presupposto che prima degli aiuti, sono
necessarie politiche di equità e di giustizia.
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