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 [fair]watch

 

[fair]watch, uno sguardo a volo radente sulle altre economie, sul mondo delle imprese, sulla finanza e sul mondo diverso possibile. Una redazione di professionisti della comunicazione ed esperti di economia sociale e solidale, a fianco di [fair] per costruire la sostenibilità.

Questo è l'archivio degli editoriali del mese di ottobre 2006.
In questo spazio trovi i contributi che in ottobre
[fair]watch ha richiesto ad amici, compagni di strada.

 
 

 


di Luca Martinelli
Mani Tese/Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Settimana dall' 22 ottobre al 04 novembre

Beni Comuni. Il Governo italiano
fa acqua?

Da Il Sole-24 Ore di venerdì 29 settembre: “Il patto di sindacato di Hera ha dato mandato «al management dell’azienda di verificare l’esistenza delle condizioni per avviare trattative con Enìa», la multiutility di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. La decisione è stata presa dopo una riunione del patto in cui siedono i principali sindaci, da Modena a Rimini, che detengono oltre il 50% del capitale di Hera”.
Nemmeno dieci giorni prima anche AEM e ASM, le ex municipalizzate di Milano e Brescia [oggi Società per Azioni quotate in Borsa] avevano annunciato la [possibile] fusione, ricevendo il plauso del presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà: “L'Antitrust, in linea di massima, è favorevole ad aggregazioni che consentono alle imprese, indipendentemente dalla loro natura pubblica o privata, di raggiungere dimensioni efficienti”.
Settimana dopo settimana, in questi primi mesi di governo dell’Unione, le nuove aggregazioni delineano in modo sempre più chiaro una nuova geografia dell’Italia, frutto della spartizione del territorio nazionale da parte delle utilities.
Un processo che avanza senza alcuna discontinuità con il governo Berlusconi.
Eppure il programma di governo [sottoscritto dai partiti di maggioranza e votato ad aprile anche dai rappresentanti delle organizzazioni sociali in lotta contro la privatizzazione dell’acqua] è chiaro nel definire il carattere di servizio di pubblico utilità del servizio idrico.
Così, mentre il Forum italiano dei movimenti per l’acqua si appresta a lanciare “la campagna d’autunno” [una legge di iniziativa popolare contenente Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acqua e disposizioni per la ri-pubblicizzazione del servizio idrico, che viene depositata in Corte di Cassazione oggi, 24 ottobre], dopo essersi ritrovato ad inizio settembre alle sorgenti del Peschiera [con l’ormai tradizionale campeggio sul Peschiera, l’acquedotto contesto tra la Provincia di Rieti e l’ACEA], poi a Lucca [per difendere l’unica esperienza di gestione in house dell’intera Toscana] e il 7 ottobre a Firenze, chiediamo al governo di bloccare quei processi di aggregazione tra imprese [specie tra aziende già quotate in Borsa] che renderebbero difficile, se non impossibile, l’applicazione puntuale del programma dell’Unione, ovvero il ritorno ad una gestione pubblica del servizio idrico integrato, ad un governo pubblico dell’acqua, bene comune e diritto umano fondamentale.


di Carlo Testini
Presidenza Nazionale Arci
Vice Presidente Fairtrade Italia

Settimana dall' 8 al 21 ottobre

Verso una legge equa e solidale

Una cosa è certa: le sfide che oggi il movimento di organizzazioni che sostiene e pratica il commercio equo e solidale, sono davvero impegnative.
Dopo anni di faticosa richiesta di essere riconosciuti attori innovativi di cambiamento, economico e sociale, e una crescita notevole della diffusione dei prodotti certificati e non, lo scenario attuale ci consente di ragionare con realismo sul futuro di questo “progetto”.
L’attenzione delle pubbliche amministrazioni (Città Eque, Mense Solidali) e degli attori istituzionali (l’AIES, associazione interparlamentare per il commercio equo e solidale, in primis) è decisamente cresciuta.
Molti dei temi centrali dell’azione del nostro movimento sono entrati nell’agenda della responsabilità sociale delle imprese (Norme Onu sulla tutela dei diritti umani per le aziende transnazionali, Global Compact, ect.) e della riflessione sui modelli di governance e di sviluppo dell’economia.
I consumatori, almeno così dicono i sondaggi, sono molto più attenti al rispetto dei diritti umani e alla sostenibilità ambientale degli attori economici.
Possiamo quindi sostenere che, almeno dal punto di visita “culturale” abbiamo raggiunto risultati importanti. Anche se non sufficienti.
D’altro canto, è evidente a molti che, come tante volte è successo nella storia del commercio equo, c’è bisogno di una riflessione seria e condivisa per disegnare nuove strategie. Trovare nuovi strumenti per tutelare l’incredibile patrimonio di innovazione e impegno dell’approccio originario del CES, coniugandolo con la necessità di contaminarsi, di confrontarsi con i mercati tradizionali e cambiarne i meccanismi.
C’è un salutare e franco dibattito sui tempi e gli strumenti di cui dotarsi per affrontare queste sfide. Nel nostro Paese, da qualche tempo, le principali organizzazioni di secondo livello che promuovono il commercio equo e solidale, hanno scelto di lavorare insieme costituendo un “tavolo di confronto” permanente.
Un percorso per nulla scontato, invidiato da molti colleghi europei e non solo, che si pone obiettivi ambiziosi: una legge quadro di tutela e promozione del CES, un confronto continuativo sugli obiettivi generali e gli aspetti più controversi delle diverse impostazioni, la possibilità di incidere sulle strategie dei soggetti di rappresentanza internazionali come IFAT (la federazione delle organizzazioni) e FLO (la federazione dei marchi di certificazione).
Il percorso legislativo che vorremmo chiudere entro l’anno, fortemente sostenuto dai parlamentari dell’AIES, è necessariamente unitario. Agices, Assobotteghe e Faritrade Italia si confrontano alla pari su tutela delle organizzazioni di CES e certificazione di prodotto, accompagnando questo lavoro con la messa a fuoco di obiettivi generali condivisi. E’ complesso, ma è possibile. Soprattutto se le organizzazioni avranno la capacità di evitare fughe in avanti, mettendosi in gioco pienamente.
Una legge italiana sul commercio equo e solidale, condivisa da tutto il movimento, costituirà uno strumento importante a vantaggio dei piccoli produttori dei sud del mondo, delle reti di economia solidale, dei consumatori responsabili, di un approccio trasparente alla responsabilità sociale d’impresa a sostegno dei diritti sociali.
E consentirà al movimento italiano di proporre a livello internazionale una strada nuova, attenta alla qualità dei soggetti coinvolti, tutelati nella loro azione, trasparenti nei confronti di cittadini ed istituzioni, con il necessario coinvolgimento delle comunità dei piccoli produttori.
 


di Monica Di Sisto
Fair/Tradewatch

Settimana dal 01 al 08 ottobre

Stop EPA. La nostra parola d'ordine

Si era scottata sotto il sole di Cancun tre anni fa, ha fatto indigestione di involtini primavera ad Hong Kong lo scorso dicembre. L’ideologia della globalizzazione neoliberista sembrava avesse alzato bandiera bianca sui marciapiedi di Rue de Lausanne, a Ginevra, davanti alla sede della Wto. Con il Doha Round in ko tecnico la strada per un ripensamento delle logiche del commercio internazionale sembrava dietro l’angolo.
Ma mentre da più parti si accorre a porgere i sali ad un pugile ormai un po’ sfibrato e sinceramente acciaccato, ai lati del ring non solo le scommesse continuano, ma si svolgono veri e propri affari.
Insomma da diversi anni, quattro per l’esattezza, la Direzione Commercio della Commissione Europea sta negoziando, o cercando di negoziare, con i 77 Paesi dell’area ACP (le ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico) gli Accordi di Partenariato Economico, per amici e conoscenti EPA, con l’obiettivo di portarli a compimento entro il 2007. Al di fuori della caratteristica retorica che contraddistingue le dichiarazioni del Commissario europeo Mandelsson, che parlano di aiuto sostanziale per i Paesi del Sud. Senza alcuna considerazione per i processi di integrazione regionale dei Paesi africani in particolare, la UE ha tracciato i confini delle sei regioni con le quali negoziare gli EPA, spezzando il blocco dei paesi ACP e quindi diminuendo la loro forza negoziale.
La ricetta è oramai la consueta apertura indiscriminata dei mercati, la liberalizzazione dei servizi, in particolare quelli sanitari, idrici, educativi; l’imposizione dei diritti di proprietà intellettuale sia per ciò che riguarda i farmaci che la biodiversità. Insomma una vera e propria WTO-plus che con la promessa di maggior benessere per tutti rende i Paesi del Sud mercato di conquista per le imprese occidentali.
Ma nella realtà non esistono ricerche in grado di dimostrare dati alla mano che gli EPA siano davvero in grado di innescare un circolo virtuoso di sviluppo nei Paesi ACP. Il 60% delle esportazioni da questi Paesi si concentra solo su 9 prodotti e le liberalizzazioni degli ultimi anni ne hanno ridotto (e non aumentato) la loro partecipazione al commercio mondiale, passando dal 3.4% del 1976 al 1.1% del 1999.
Gli EPA consentirebbero un azzeramento delle tariffe sulle merci in entrata, ma già oggi il 97% dei prodotti che entrano nel mercato europeo da quei paesi sono esenti da tasse e da quote d’importazione, tuttavia l’Africa non ci ha mai guadagnato. Al contrario l’abbattimento delle tariffe nei Paesi del Sud farebbe mancare ai governi l’unica fonte di risorse economiche, necessaria per tenere in piedi le loro già fragili economie, rese ancora più vulnerabili dalle produzioni europee che hanno invaso i mercati africani più deregolati. Ma i rischi della liberalizzazione colpiscono anche il nostro paese: sono già stati identificati 14 prodotti considerati “a rischio” (tra cui riso, pomodori, olio d’oliva, vino e arance) che rappresentano più del 45% del valore aggiunto agricolo di 8 regioni italiane.
Per questi motivi l’Osservatorio sul Commercio Internazionale Tradewatch e la Campagna EuropAfrica chiedono, con una petizione che potete trovare su www.tradewatch.it, di ricondurre il negoziato sugli EPA in una logica di sviluppo basata sul rispetto del diritto alla sovranità alimentare e la promozione dell’integrazione regionale attualmente promossa dai paesi ACP, così come di rinunciare alla liberalizzazione degli investimenti e dei servizi essenziali e alla rigida imposizione dei brevetti. Tutto attraverso il coinvolgimento della società civile, dei movimenti di cittadini, trovando soluzioni che permettano l’autosviluppo delle comunità privilegiando i mercati locali e regionali.
Non solo un’Agenda per il Sud, ma una vera e propria inversione di rotta partendo dal necessario presupposto che prima degli aiuti, sono necessarie politiche di equità e di giustizia.

 

 

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