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 [fair]watch

 

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di Sabina Morandi
giornalista di Liberazione

Un’altra sceneggiata firmata Eni

Lo scorso inverno è andata in onda la saga del gas, con ministri e sottosegretari arruolati a rilanciare l’allarme diramato dall’Eni su tutti i media del paese. Naturalmente, quando a luglio è venuto fuori che il gas era tutt’altro che scarso, ben pochi giornalisti hanno ripreso la notizia. Tempo qualche mese e arriva il nuovo show: Eni e Gazprom avrebbero firmato l’accordo del secolo che garantirà al nostro paese le forniture di metano per gli anni a venire. Va notato che rispetto all’anno scorso, l’orso russo ha un aspetto molto più bonario. Secondo l’accordo l’Eni dovrebbe aprire alla compagnia di bandiera russa perfino la vendita al dettaglio e Gazprom dovrebbe gestire in proprio circa tre miliardi di metri cubi del gas che entra in Italia.
Ora, va detto prima di tutto che la cosa, come ben sa chi si occupa del settore, è tutt’altro che una novità. Come scriveva il 15 novembre scorso l’autorevole quotidiano russo Vremya Novostej, l’accordo è la fotocopia esatta del pacchetto firmato dal precedente dirigente dell’Eni Vittorio Mincato, pacchetto annullato dall’intervento dell’Autorità Antitrust italiana. In linea di massima questo tipo di accordi dovrebbero ricalcare i dettami del liberismo che obbliga le grandi aziende nazionali di recente privatizzazione ad aprire le loro reti agli operatori esterni. In pratica, anche in paesi più liberisti del nostro, accade di rado che un consumatore possa decidere di rifornirsi presso una compagnia che non sia il monopolista di turno.
Ma l’affare Gazprom e la proiezione sul mercato estero della compagnia diretta da Alexej Miller – gli accordi con italiani e francesi, il tentativo (poi fallito) di acquisire la britannica Centrica, l’acquisizione di consistenti partecipazioni nelle compagnie tedesche – si configura come un’importante novità. Putin sta cercando di candidare il paese a principale fornitore energetico dell’Unione Europea e lo fa nel modo a lui più conveniente – ovvero trattando con le singole aziende in ordine sparso o al massimo con i singoli governi – smarcandosi dal tentativo del presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso di vincolare Mosca alla strategia da lui confezionata. Intendiamoci, l’obiettivo di stilare una politica energetica comune è non solo meritorio ma è una necessità impellente a fronte delle nuove sfide globali come l’esaurimento dei combustibili fossili e il riscaldamento globale. Il problema è che nel suo Libro verde sulla strategia europea per un’energia sicura, competitiva e sostenibile Barroso propone la solita ricetta liberista, che consiste nell’avvantaggiare le compagnie occidentali a scapito dei profitti di quelle russe e del controllo governativo. A questa offerta Putin non poteva che rispondere con un sonoro niet prima di rilanciare con una controffensiva all’americana che sta portando ottimi frutti, soprattutto se si pensa che nessuno è in grado di valutare da disponibilità reale delle riserve (ma questa è una costante, quando si parla di combustibili fossili).
Altra cosa sarebbe stata una strategia davvero innovativa, con i governi europei chiamati a fare la loro parte nel gestire la transizione prima che diventi emergenza. Ma per fare una cosa del genere sarebbe necessario che i governi riprendessero il controllo della politica energetica dei singoli paesi rimettendo mano a privatizzazioni che ci hanno lasciato il peggio di entrambi i sistemi. Putin l’ha fatto, riportando sotto il controllo statale quote consistenti delle aziende svendute nell’era Elsin, un controllo solo appena più stretto di quello che Italia, Gran Bretagna o Francia esercitano sulle proprie compagnie. Il problema non è infatti la minaccia del uso dell’energia come leva politica – accuse provenienti da Washington dove siede una delle giunte più petrolifere della storia – quanto il fatto che la transizione al di fuori dei combustibili fossili e la crisi climatica sono cose troppo serie per lasciarle fare al mercato.
 


di Nora McKeon
Terra Nuova/EuropAfrica

Da Niamey a Nairobi passando per Barbados si parla di APE nel Sud del mondo e non soltanto

Fino a pochi mesi fa l’acronimo APE non avrebbe evocato nell’immaginario dei cittadini più o meno sensibili niente di più drammatico del ronzio di un insetto industrioso in un pigro e assolato pomeriggio d’estate. Ora, invece, grazie in buona parte al lavoro di sensibilizzazione di due reti interconnesse, EuropAfrica-terre contadine e l’Osservatorio TradeWatch, anche in Italia si comincia a parlare dei famigerati “Accordi di partenariato economico” che l’Unione europea sta negoziando con 77 paesi dell’Africa, dei Carabi e del Pacifico (ACP).

Gli APE si radicano negli accordi che dal 1964 legano l’Europa e le sue ex-colonie, garantendo a queste ultime un consistente programma di aiuti allo sviluppo e un accesso preferenziale al mercato europeo per i loro prodotti. Con l’entrata in vigore del WTO l’Europa ha preteso un cambiamento radicale dei rapporti commerciali EU-ACP indirizzato verso l’apertura reciproca dei mercati. Gli APE costituiscono lo stravolgimento di quegli stessi obiettivi di sviluppo che, secondo il testo del 2000 che indiceva il loro negoziato, avrebbero dovuto continuare comunque ad essere alla base dei rapporti tra l’Europa e i paesi ACP, molti dei quali si iscrivono fra i più poveri del mondo. Condotti dalla Commissione Commercio della CE con una pura logica neo-liberista, i negoziati APE sono motivati dalla necessità di conformarsi con le regole della WTO, ma in realtà le inaspriscono notevolmente mettendo in competizione sleale economie assolutamente impari. Gli studi sugli APE intrapresi da varie parti concordano nel prevedere impatti estremamente negativi per i piccoli produttori agricoli dei paesi ACP come per le loro giovani e fragili industrie e, soprattutto, per i progetti regionali di integrazione economica che, all’avviso di tutti, costituiscono l’unica speranza di questi paesi di imboccare la strada di uno sviluppo sostenibile.

Anche le armi delle rispettive squadre di negoziatori, come si può immaginare, sono del tutto impari, e per molti mesi le regioni ACP hanno subito più o meno passivamente le proposte aggressive dell’Europa. Ora iniziano a ribellarsi nei confronti sia dei tempi forsennati dei negoziati (la CE vorrebbe chiuderli entro dicembre 2007) che dei contenuti. E iniziano a delinearsi delle convergenze tra i governi ACP, la società civile e i movimenti sociali dei loro paesi, che da tempo denunciano gli APE. A Niamey, dal 7 al 10 Novembre scorsi, in un Forum regionale sulla sovranità alimentare ospitato dal Presidente del Niger, la rete di organizzazioni contadine ROPPA si è trovata in accordo con l’organizzazione intergovernativa dell’Africa occidentale (ECOWAS) sulla necessità di privilegiare l’integrazione regionale africana prima di mirare ai mercati altrui. Nell’isola Barbados, dal 20 al 23 novembre, i parlamentari europei e ACP, stimolati dalle argomentazioni e dalla mobilitazione della società civile e dei movimenti sociali, voteranno una mozione di emergenza sugli APE diretta alla CE. A Nairobi a fine gennaio gli APE saranno al centro delle discussioni di una miriade di seminari e colloqui.

E’ già un risultato non indifferente aver fatto uscire allo scoperto un negoziato di importanza estrema che si porta avanti da quattro anni nel segreto dei comitati tecnici di Bruxelles. E se si riuscisse a bloccare i negoziati e, nelle parole del rapporto del Forum di Niamey, a “ricondurli in un’ottica di sviluppo e di dialogo politico tra l’Europa e il Sud del mondo”? Questo è l’obiettivo che si prefiggono le organizzazioni della società civile e i movimenti sociali dell’Europa e dei paesi ACP. Il governo italiano per il momento non ha preso posizione. Aiutateci a smuoverlo firmando la petizione popolare che troverete sui siti www.europafrica.info e www.tradewatch.it!
 


di Roberto Cuda
Rete Lilliput / Tradewatch

Accendiamo i riflettori sulle banche

Dove sta il potere? In questa fase di “politica debole” potremmo forse rispondere così: dove ci sono capitali sufficienti a determinare gli equilibri economico-produttivi di un Paese. E chi dispone di tali risorse? Qui la risposta è più facile: le banche, soprattutto in Italia. Sono loro lo snodo dei cosiddetti poteri forti, loro decidono dove, come e quando allocare la ricchezza. Le aziende hanno bisogno di liquidità e, se non ricorrono al mercato borsistico, devono rivolgersi a quello creditizio. E le banche aprono i cordoni della borsa solo a chi promette guadagni sicuri con tanti zeri e/o ha rapporti consolidati (di amicizia, parentela, ecc.) con i vertici dell’istituto. Ecco perché è difficile ottenere un prestito ad un’impresa familiare rispetto ad un bancarottiere con soldi alle Cayman. Sono le banche che alimentano gli speculatori, tanto temuti dai governi per le loro scorribande sulle monete e i rischi di svalutazione. Bear Stearns, Goldman Sachs e Morgan Stanley da sole finanziano la metà della speculazione finanziaria globale. Per non parlare del gigantesco affare degli armamenti, dei tanti progetti devastanti per l’ambiente e dell’appoggio sistematico agli evasori fiscali.
Ha un bel da fare il Governo italiano a rastrellare soldi per coprire i buchi di bilancio, quando la fetta più grossa dei capitali – alcune centinaia di miliardi di euro - è già al sicuro in qualche isola esotica o, senza andare troppo lontano, oltre il confine elvetico. Una volta erano gli spalloni a portare denaro e merce di contrabbando attraverso la frontiera, oggi sono le divisioni “private” delle banche, attraverso comode operazioni telematiche. Non è un caso che anche gli istituti più piccoli abbiamo ormai la loro filiale di appoggio in Lussemburgo o in Svizzera. Ma è davvero così difficile fare luce su questi passaggi di denaro? Nel frattempo ad accendere i riflettori è la società civile. Sono sempre più numerosi i comuni che rinunciano a mettere la tesoreria presso le banche coinvolte nel commercio di armi o in progetti che non rispettano i diritti umani, mentre si moltiplicano in tutto il mondo le campagne di pressione e i risparmiatori disposti a chiudere il conto. Le banche lo sanno e stanno correndo ai ripari. Per noi è un’importante occasione di cambiamento, anche se le informazioni sono poche e non viaggiano sui grandi media. Non perdiamola.


di Gennaro Carotenuto
Professore di Storia del Giornalismo e di Storia Contemporanea
Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università di Macerata

A Muhammad Yunus il premio Nobel sbagliato, a Edmund Phelps il Nobel del passato

Hanno dato il Premio Nobel a Mohammad Yunus, l'economista del Bangladesh teorico del diritto al credito, trasformatosi in grande banchiere del microcredito. E' l'uomo che ha dimostrato che i poveri (soprattutto le donne povere) fanno del credito un uso infinitamente migliore di quello che ne fanno i ricchi. Ma gli hanno dato il Premio Nobel sbagliato.
I funzionari della Grameen Bank, la banca del microcredito rurale fondata nel 1975 da Mohammad Yunus, allora professore di Economia dell'Università di Chittagong in Bangladesh, brindano ad un ennesimo anno di risultati eccezionali, dei quali, il Nobel al fondatore della banca, è solo uno dei tanti. Ma quelli della Grameen Bank non sono i risultati eccezionali per i quali brinderebbero i funzionari di una qualsiasi banca armata, Banca Intesa o la Chase Manhattan Bank. I funzionari della Grameen Bank brindano al fatto che hanno superato i due miliardi di dollari prestati, a più di due milioni di clienti. Il 94% dei clienti sono donne indigenti che in qualunque altra banca sarebbero scacciate sulla porta dalla sicurezza. Il 97% di loro ha investito con profitto i soldi ricevuti. E ha restituito con gli interessi il prestito ricevuto permettendo alla banca di fare profitti. Con il microcredito ha migliorato il proprio avvenire e quello dei figli.
A molte migliaia di km da Chittagong anche Edmund Phelps, nel suo studio della Columbia University, sta brindando al premio Nobel. Non a quello di Yunus, ma al suo, ottenuto come difensore dell'ortodossia monetarista e della neutralità del libero mercato rispetto ai problemi da questo creato. Una sorta di Premio Nobel a Ponzio Pilato. Se sei precario, se non arrivi alla fine del mese, se il tuo paese paga di soli interessi sul debito più di quanto guadagna esportando in un anno, la colpa non è mai del libero mercato stesso che è per definizione innocente. In particolare, nei suoi studi, Phelps ha sostenuto a lungo che la riduzione del potere di acquisto dei lavoratori non è un male, perché così i lavoratori accetteranno di lavorare di più. A modo suo ha ragione, o almeno in Occidente l'ha avuta vinta. Chi porterebbe avanti, nell'Europa senza idee di oggi, battaglie per la riduzione dell'orario di lavoro, soprattutto dopo il naufragio delle 35 ore?
E' un Nobel (per l'economia) assegnato dunque all'ortodossia monetarista del neoliberismo decadente, quello dell'Accademia delle Scienze di Stoccolma al professor Phelps. E' un Nobel (per la pace), quello assegnato da Oslo a Yunus, che premia un economista visionario che si misura -per alleviarli- con i problemi reali di persone reali.
Di sbagliato c'è che i poveri, le madri indigenti di Chittagong, non fanno mai la guerra ma la subiscono, ed allora Yunus non ha fatto far loro la pace, ma migliorato la loro vita economica, proprio come deve fare un Premio Nobel per l'Economia. Dargli il Premio Nobel per la Pace sa di riparazione, se non di beffa, in un sistema economico mondiale che solo le periferie, il Bangladesh, il Sud del mondo, sembrano capaci di riformare.
Forte e chiaro: il professor Phelps non meritava nessun premio Nobel, anzi forse meritava di andare in galera per induzione alla schiavitù, per aver contribuito ad indurre centinaia di milioni di lavoratori a lavorare di più per lo stesso salario. Al contrario, il professor Yunus non meritava il Premio Nobel per la Pace, ma quello per l'Economia, un'economia finalmente di pace e non più di guerra.

 

 

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