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di Stefano Lenzi
Responsabile Ufficio legislativo WWF Italia
settimana dal 26 maggio al 1 giugno
Trasporti partecipati
“Per il bene dell’Italia”, c’è
sicuramente bisogno di fare chiarezza. Parliamo del Programma di Governo
dell’Unione 2006-2011 per la parte che riguarda le infrastrutture e i
trasporti, cercando di capire se il nuovo Governo e la maggioranza che
lo sostiene vogliano una cesura con i luoghi comuni nel settore delle
infrastrutture consolidatisi negli ultimi 5 anni e con i meccanismi
acceleratori e derogatori della Legge Obiettivo (legge n. 443/2001) e
provvedimenti derivati.
I segnali istituzionali, al momento dell’insediamento del nuovo Governo,
non sono incoraggianti: per l’incomprensibile suddivisione tra i
dicasteri delle Infrastrutture (Di Pietro) e Trasporti (Bianchi) e per
la diatriba sorta tra i due neo-ministri sul progetto del ponte sullo
Stretto di Messina, che vede Di Pietro frenare e Bianchi accelerare,
quando, comunque, nel programma dell’Unione l’opera è giudicata inutile
e velleitaria.
Per quanto riguarda, poi, la profonda modifica della “Legge Obiettivo”,
di cui nel Programma dell’Unione si riconosce il fallimento, si deve a
nostro avviso (invece di limitarsi a indicare ritocchi sulla Valutazione
di Impatto Ambientale e la partecipazione degli enti territoriali): 1)
porsi seriamente, dal punto di vista giuridico e finanziario, la
questione di come superare con decisione, applicando rigorosamente la
Valutazione Ambientale Strategica (VAS), il Primo Programma delle
infrastrutture strategiche (Delibera CIPE n. 121/2001), che contiene
oltre 235 opere dal costo complessivo di 264 miliardi di euro; 2)
elaborare un testo unico in materia di lavori pubblici che superi
l’assetto neo-corporativo della “Legge Obiettivo”, che favorisce i
concessionari autostradali e i general contractor (una specie di mostro
quest’ultimo che legittima tendenze criminogene nell’affidamento dei
sub-appalti); 3) cancellare la procedura speciale VIA per le
infrastrutture strategiche compiuta sul progetto preliminare e portare
il progetto definitivo alla valutazione dei ministeri competenti
(Ambiente e Beni culturali); 4) non portare a VIA alcun progetto che non
sia sorretto da uno studio di fattibilità finanziaria che dimostri
l’utilità dell’opera.
Abbiamo bisogno che si rediga il nuovo Piano generale dei trasporti e
della logistica, "partecipato e sostenibile", da cui fare discendere le
opere davvero necessarie per l'Italia; non una lista dei cantieri.

di Alberto Zoratti- Vicepresidente Agices
settimana dal 18 al 25 maggio
Fair Trade o Fair Play?
A guardare i numeri del fenomeno Equo
e Solidale in Europa, ci sarebbe da chiedere conto ai tutori
dell'ortodossia economica, certi giornalisti del mainstream in testa,
che continuano a vedere nel Fair Trade o un movimento per anime pie e
per terzomondialisti, o un'esperienza di breve durata e comunque di
nicchia incapace di fare breccia nel comune senso del campare.
Ed invece con un 47% del mercato delle banane in Svizzera, oppure con un
20% del mercato del caffè in Regno Unito, si capisce tutta la
potenzialità di penetrazione che il Fair Trade ha nell'opinione pubblica
e tra i cittadini consumatori. Percentuali sicuramente ridotte in
Italia, dove però il movimento equo e solidale è ben strutturato con
oltre 500 Botteghe del Commercio Equo, ben 10 organizzazioni
importatrici, diverse organizzazioni di categoria come Associazione
Botteghe del Mondo ed Agices (la più rappresentativa a livello italiano)
ed un ente di certificazione come Transfair. Un movimento nel quale si
stima siano coinvolti solamente in Italia oltre 20mila persone tra
volontari ed operatori e che riesce a costruire microeconomie, cultura,
sensibilizzazione e controinformazione.
Un mondo in evoluzione conintuamente assediato da un mondo in
espansione, quello delle imprese e del profit, che vedono nell'equo e
solidale uno spazio di marketing, un immaginario non ancora del tutto
colonizzato da utilizzare, consapevoli o meno dell'importanza del
messaggio, ma sicuramente interessati ad agirlo e a farlo proprio.
Quindi Nestlé, Kraft, ma anche Chiquita e chissà chi altro.
Fair Trade diventa quasi sinonimo di Fair play, gioco di parole spesso
riportato sulle magliette dei giocatori di calcio oggi nella bufera
delle telefonate di Moggi: non più un fenomeno politico e sociale, ma un
modo di pensare. Il politicamente corretto collegato al commercio.
Acquistare con il sorriso, dopo averlo fatto con il sottofondo musicale,
ci consente di consumare meglio. O forse di più.
Ma la sinonimia tra Fair Trade e Fair Play non si ferma solamente
all'acquisto, ma arriva soprattutto alla creazione dell'immaginario.
Permettendo a persone come Ermenegildo Zegna, una delle firme del
sistema moda Italia, di dire che per opporci "all'invasione del tessile
cinese", sarebbe stato necessario un "free and fair trade". Approccio
simile alle parole dell'ex Commissario al Commercio Pascal Lamy (ora
direttore della Wto) il Fair Trade altro non era che un modo più gentile
di ingentilire liberalizzazioni, apertura indiscriminata dei mercati e
privatizzazioni.
In questi giorni due sono gli appuntamenti che richiamano all'equo e
solidale: uno spazio liberato, al Pime a Milano, come la Fiera Nazionale
Tuttaunaltracosa. Dove le diverse esperienze del Commercio Equo italiano
si incontrano, si confrontano e si presentano, da venerdì a domenica, ad
un pubblico sempre più attento alle tematiche della giustizia sociale.
Ed uno spazio politico, come la Commissione Sviluppo dell'Europarlamento
a Bruxelles, dove si sta discutendo di una risoluzione sul Fair Trade
che benchè abbia visto la partecipazione delle reti internazionali del
commercio equo e la stessa Agices, rischia di essere depotenziata o
stravolta da emendamenti che parlano di commercio etico, di commercio
sostenibile, senza porre attenzione alla carica (concedetemi) eversiva
del commercio equo nella sua originalità. L'assalto alla diligenza
dell'equo e solidale è partita anni fa, con un sempre maggior
avvicinamento delle imprese multinazionali (come la Nestlè) a questi
percorsi. Ma la discussione che si sta sviluppando all'Europarlamento
rischia di essere la parola fine, posta in fondo ad un'esperienza di
base e fortemente popolare; una discussione che potrebbe essere
potenzialmente importante per lo sviluppo del movimento, come
potenzialmente dannosa e questo dipende da noi. E' forse venuto il
momento, come esperienze pioniere del Commercio equo e solidale e come
cittadini e consumatori responsabili, di far sentire la nostra voce.

di Paolo Beni - Presidente nazionale Arci
settimana dall' 11 al 17 maggio
Partire dal basso
per una nuova agenda
politica
“Un mese dopo le elezioni, mentre si
completa il quadro istituzionale, il clima politico stenta ancora a
recuperare i tratti della normalità. Il tentativo del centrodestra di
rendere permanente lo scontro degli ultimi mesi conferma la delicatezza
di questa fase per la nostra democrazia e consegna grandi responsabilità
al governo dell’Unione.
Pur senza sottovalutare le responsabilità che l’equilibrio uscito dalle
urne pone ad ambedue gli schieramenti, è inopportuna e strumentale
l’enfasi con cui da più parti si fa appello alla necessità di ampie
intese in nome della ricomposizione di un paese lacerato.
A minare l’unità del paese e la qualità della sua democrazia sono
infatti principalmente proprio la mancanza di chiarezza ed il
politicismo. La polarizzazione del voto attorno a due grandi aree
politiche e culturali non è certo un elemento di novità per l’Italia, ed
è soprattutto una legge concepita proprio per rendere il paese
ingovernabile che oggi drammatizza questo dato.
Dobbiamo riflettere sul divario fra il paese reale che emerge dal voto e
la rappresentazione che la politica vorrebbe darne. Posti di fronte a
due progetti di società incompatibili fra loro, i cittadini non hanno
espresso la scelta netta che avremmo voluto. Segno del disagio che
attraversa una società in cui l’opposizione alle ingiustizie e agli
squilibri provocati dal liberismo convive col senso di insicurezza, la
paura del nuovo, la chiusura corporativa in difesa dei propri interessi.
La paura frena la spinta al cambiamento, impedisce all’alternativa di
conquistare consensi proprio in quelle aree sociali che maggiormente
subiscono i danni di questo modello di società. Il berlusconismo non
viene sepolto dalle macerie sociali che pure ha provocato perché
l’ideologia del tornaconto privato contro il bene comune penetra nel
paese, contamina la stessa sinistra e produce un’egemonia culturale di
destra su vasti strati popolari.
A questa situazione non si risponde col politicismo delle grandi intese,
ma con risposte chiare ai problemi concreti e con un paziente sforzo di
ricostruzione - dal basso - della comune cultura civile del paese. Serve
uno sforzo poderoso, che chiama in causa le responsabilità dei partiti e
di chi siede nelle istituzioni, dei movimenti e delle comunità locali,
ciascuno col proprio ruolo.
Il governo Prodi deve mettersi al lavoro per realizzare il suo programma
con rigore e determinazione, senza compromessi. Ma al tempo stesso la
mobilitazione sociale deve trovare nuovo slancio, costruire
partecipazione, garantire al governo il presidio democratico, la spinta
dal basso, lo stimolo critico indispensabili per realizzare il suo
progetto riformatore. Senza la capacità di far convergere l’iniziativa
parlamentare e di governo con la mobilitazione popolare non sarà
possibile vincere la sfida difficile che ci aspetta. Il referendum di
giugno in difesa della Costituzione sarà il primo - e già decisivo -
banco di prova di questa capacità.

di Monica Lanfranco* - direttore trimestrale Marea
settimana dal 3 al 10 maggio
Ri-generare questo povero mondo
“Noi donne, in tutta la nostra vibrante e favolosa diversità, siamo
testimoni della crescita delle aggressioni contro lo spirito, la mente
ed il corpo umano, e la continua invasione ed assalto contro la terra e
le sue diverse specie. E siamo infuriate”. Era questa la frase di
apertura della copertina del numero 2 di MAREA, trimestrale femminista
che dedicò il suo secondo numero del 2001 al tema della globalizzazione
criticata dalle donne. Le parole, forti e chiare, sono di Vandana Shiva,
la voce più complessiva e radicale del movimento per una diversa
globalizzazione, una solare signora indiana, eminente scienziata ed
ecofemminista, che da anni fa rimbalzare nel mondo le sue opere e i suoi
interventi di accusa contro i potenti della terra.
Fu la stessa MAREA a organizzare, nel luglio del 2001, il primo incontro
internazionale di taglio dichiaratamente femminista dal titolo birichino
“Punto G” proprio per enfatizzare la non neutralità dell’impatto della
globalizzazione nel mondo, e proprio da Genova in modo inequivocabile si
fece il quadro della situazione globale.
I numeri della disuguaglianza nel mondo, con la loro crudezza, aiutano
nella narrazione dell’infamia che coinvolge le donne, primi bersagli
della spietata logica del neoliberismo, l’economia globale glamour nella
quale tantochissenefrega se la mia compulsiva ansia di consumare,
accumulare merci e intripparmi di toast rotondi ha conseguenze
devastanti in India o altrove.
Il fatto agghiacciante è che stiamo diventando noi quella merce che
tanto ci condizione la vita: come nella pornografia, che riduce il tutto
ad una parte, anche nella globalizzazione siamo ridotte tutte e tutta a
porzioncina: quando va bene siamo consumatori e consumatrici, potendolo
essere. Altrimenti siamo merce, niente di più.
Dubbi? Tenetevi forte, si parte per il tour dell’orrore: ufficialmente
nel mondo 110 milioni di ragazzine fra i 5 e i 14 anni lavorano nelle
fabbriche che producono beni di consumo usa e getta per noi europei, e
questo numero non tiene conto del lavoro domestico nei paesi in via di
sviluppo, nei quali le bambine dall'età di 5 anni sono impiegate nei
lavori casalinghi dalle 4 alle 16 ore al giorno senza poter raggiungere
un’istruzione nemmeno di livello elementare, visto che i 2/3 dei bambini
che non vanno a scuola sono femmine. Ogni anno 1 milione di bambini nel
mondo, in maggioranza bambine, sono arruolate nell'industria del sesso.
Quanto, poi al tema della distribuzione della ricchezza, che dai
sostenitori della globalizzazione viene usato come argomento ‘forte’ per
sostenerla: le ragazze e le donne possiedono meno dell'1% della
ricchezza del pianeta fornendo il 70% delle ore lavorative e ricevendo
solo il 10% del ricavato. Risulta chiaro come il goal sia riuscito:
abbiamo globalizzato il profitto, e ci dispiace tanto se i diritti
elementari ce li siamo scordati.
Sempre legate al doppio, le donne, che nell'epoca del global e del
digital divide: prima è stato il doppio ruolo, così veniva chiamato
negli anni '70 dalle prime analisi sociologiche delle studiose
femministe il dividersi tra agone pubblico e lavoro di cura nel privato;
poi il doppio impegno nella carriera, perché si sa che anche a parità di
condizioni in molte situazioni per emergere nel sociale e nel politico
il femminile è un handicap, e chiede surplus di prestazioni. Infine il
doppio livello, nelle mobilitazioni contro la globalizzazione, dentro al
vasto e variegato movimento che in Italia ha in ogni suo appuntamento un
banco di prova decisivo per misurare la capacità di relazioni tra le sue
varie anime, ma anche tra i due generi che si oppongono all', horreur
economique, come chiama Viviane Forrester la globalizzazione. E non
sempre le parole delle donne sono gradite e ascoltate, anche nei
movimenti, perché difficilmente troverete una ‘teorica’ che non parli
anche del quotidiano, del corpo e della responsabilità individuale nelle
scelte pro o contro il cambiamento.
Vandana Shiva parla un ecofemminismo che affonda le sue radici
nell'analisi del quotidiano della vita, proprio laddove l'omologazione
della globalizzazione mina alle fondamenta l'autonomia di milioni di
persone nel continente indiano, "Le varietà miracolo di riso introdotte
in India nella Rivoluzione Verde, ad esempio,- racconta Shiva nel suo
Biopirateria, (Cuen) - hanno eliminato migliaia di varietà locali di
riso, introducendo al loro posto le varietà standard dell’International
Rice Research Institute (IRRI). Hanno distrutto la diversità dei
raccolti realizzati con i metodi tradizionali, e a causa
dell’impoverimento della diversità i nuovi semi hanno finito per
favorire la proliferazione degli insetti nocivi. Le varietà indigene
sono resistenti agli insetti nocivi e alle malattie locali. Se si
verifica una malattia, alcune famiglie possono esserne colpite, ma ce ne
sono sempre altre in grado di sopravvivere. Quello che succede in natura
si ripresenta anche nella società. Quando l’omogeneizzazione viene
imposta a differenti sistemi sociali, le parti iniziano a disintegrarsi
l’una dopo l’altra. Perché la violenza intrinseca all’integrazione
globale centralizzata, a sua volta, crea violenza anche tra le vittime.
Quando le condizioni della vita quotidiana sono sempre più controllate
da forze esterne e i sistemi di governo locale si deteriorano, i popoli
finiscono per stringersi attorno alle loro differenti identità, che
rappresentano l’unica àncora di stabilità nei periodi di incertezza.
Se la causa della propria insicurezza è tanto lontana da non poter più
essere rintracciata, allora succede che i popoli che fino a poco tempo
prima avevano convissuto pacificamente, cominciano a nutrire diffidenza
l’uno nei confronti dell’altro. I confini della diversità diventano
crepe di frammentazione e la diversità stessa all’improvviso appare una
ragione sufficiente a giustificare violenze e guerre, come si è visto in
Libano, India, Shri Lanka, Yugoslavia, Sudan, e danno luogo a forme di
attrito sociale anche a Los Angeles, Germania, Italia e Francia. Quando
i sistemi nazionali e locali di governo si disgregano sotto i colpi
della globalizzazione, le élite locali cercano di conservare il potere
facendo leva sui sentimenti etnici o religiosi, che quindi esplodono con
rabbia. In un mondo caratterizzato dalla diversità, la globalizzazione
si può realizzare solo strappando il tessuto variegato della società e
della sua capacità di autorganizzarsi. A livello culturale e politico, è
questa libertà di autorganizzarsi che Gandhi ha individuato come il
fondamento dell’interazione tra culture e società differenti: ”Io voglio
che le culture di tutti i paesi possano fiorire con il massimo grado di
libertà, ma rifiuto l’idea di non poter camminare con le mie gambe”, ha
affermato Gandhi. La globalizzazione non è solo l’interazione culturale
tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su
tutte le altre. La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio
ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una
classe, da una razza, e spesso da un solo genere, nonché da una singola
specie su tutte le altre. Nella filosofia dominante il “globale” è lo
spazio politico entro il quale il potere locale cerca il controllo
globale, liberandosi dalle responsabilità di operare a favore della
sostenibilità ecologica e della giustizia sociale. In questo senso
quindi, il termine “globale” non sta affatto ad indicare gli interessi
umani universali, ma semmai quelli di una cultura locale, di campanile,
che è stata globalizzata attraverso dominio e controllo,
irresponsabilità e mancanza di reciprocità".
Come in un'omerica costruzione le parole di Shiva lanciano un monito, a
quanti, potenti e inviolabili, vagano di summit in summit sordi, almeno
fin qui, alle parole della contestazione intelligente e non fracassona:
"Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie
locali e delle organizzazioni sociali, spingendo le popolazioni in una
situazione di incertezza, paura e scontro sociale. E la violenza contro
la sopravvivenza dei popoli porta alla violenza della guerra. Vi è una
solo strada per contenere queste epidemie di violenza. Con sensibilità e
responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo –
riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è
una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità
per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali,
economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per
sopravvivere".
*Monica Lanfranco www.mareaonline.it/lanfranco/ giornalista, direttora
del trimestrale MAREA www.mareaonline.it
Sta organizzando un appuntamento per il 26 e 27 maggio a Genova a cinque
anni da Genova dal titolo: “La libertà delle donne è civiltà donne e
uomini impegnati contro i fondamentalismi religiosi, per
l’autodeterminazione delle donne e la cittadinanza
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