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[fair]watch, uno sguardo a volo radente sulle altre economie, sul mondo delle imprese, sulla finanza e sul mondo diverso possibile. Una redazione di professionisti della comunicazione ed esperti di economia sociale e solidale, a fianco di [fair] per costruire la sostenibilità.

Questo è l'archivio degli editoriali dei mesi di luglio e agosto 2006.
In questo spazio trovi i contributi che in luglio ed agosto
[fair]watch ha richiesto ad amici, compagni di strada.

 
 

 


di Alberto Zoratti
Consulente Fair -  Coordinatore Tradewatch
Settimana dal 26 agosto al 10 settembre

Sbilanciamoci 2006:
gettiamo il cuore oltre l’ostacolo?

"La fabbrica del futuro avrà solo due dipendenti, un uomo e un cane. L'uomo sarà là per dare cibo al cane e il cane per impedire all'uomo di avvicinarsi alle apparecchiature", così Warren Bennis, professore di Businness Administration nonchè consigliere di Ronald Reagan. Se poi la fabbrica sarà pure delocalizzata allora per entrambi i dipendenti il futuro non appare propriamente roseo.
Ma aldilà di previsioni più o meno realistiche, la verità è che l’economia moderna è oramai affare di pochi, furbetti del quartierino o meno poco importa, mentre per i più è cosa lontana se non, peggio, indistinto moloch di cui avere sospetto.
Gli anni di Adriano Olivetti sembrano ormai antiquariato sociale: gli obiettivi sono altri, primo fra tutti dimostrare di saper far saltare il banco, poco importa se con le carte truccate. La peggior cultura d’Oltreoceano, per cui se non fai carriera e non sei benestante un motivo divino ci dovrà pur essere, sembra abbia cominciato a far breccia anche da noi. E le conseguenze di vedono, se dall’ultimo rilevamento Istat dieci milioni di italiani hanno redditi da fame mentre solo in 55mila hanno entrate superiori ai 200mila euro. La responsabilità sociale tanto richiesta alle imprese pare latitare nel cittadino medio.
E’ un immaginario in diffusione, contro il quale la società civile deve cercare di porsi come soggetto alternativo, innovativo, creativo. E che passa attraverso una sfida che fa propria la complessità dei giorni nostri elevandola a sistema: Sbilanciamoci, nella sua quarta edizione questa volta in terra barese, è un cantiere accreditato e autorevole dove costruirne le prime fondamenta. Ma è uno spazio di confronto e di lavoro che ci impone un salto culturale, tale da consentirci di essere all’altezza della situazione.
Soggetti pubblici, imprese e movimenti: siamo tutti chiamati a trovare una sintesi adeguata tra le diverse espressioni della società civile che consenta sperimentazioni creative, ma responsabili. Non c’è bisogno oggi né di una corsa al ribasso o né di un’ideologizzazione nel nostro impegno; è necessario trovare i punti di connessione, seppur nelle differenze dei ruoli, che consenta di fare rete con le positività che ogni soggetto sa esprimere. E’ possibile ridimensionare il ruolo di percorsi come i distretti di economia solidale, liquidandoli come esperienziali e limitati, quando è proprio all’interno di alcuni progetti come questi che si è riusciti a trovare la giusta connessione tra piccola impresa, nuova imprenditoria sociale (equa e solidale, biologica), nuove aggregazioni sociali (Gruppi di Acquisto, comitati locali) ed enti pubblici?
Ed il ruolo dei governi locali o sovraterritoriali sarà talmente lungimirante da lasciare spazio alla progettualità della società civile senza sovradeterminarla, fornendo al contrario strumenti per un suo sviluppo ed un suo consolidamento?
E d’altra parte i movimenti riusciranno a fare i conti con il necessario adeguamento della propria strumentazione concettuale e linguistica, arricchendosi di competenze su comunicazione, lobbying, e sapendo trovare le giuste connessioni con il mondo cosiddetto “profit”?
Perché tutto ciò si possa concretizzare in maniera virtuosa, è fondamentale mettere al centro la qualità delle relazioni tra i soggetti, tutti indispensabili per un salto qualitativo della costruzione di un’economia diversa, senza ideologizzazioni sempre controproducenti, ma anche senza gettare alle ortiche anni ed anni di sperimentazione sociale, come è quella delle tante esperienze lillipuziane, che parla di confronto politico assieme ad un approccio concreto all’economia. Riappropriarsi del concetto di impresa, ricorda Alessandro Messina dalle pagine di Carta, contrastandone il modello che per anni ci è stato propinato.
Sicuramente sì, ma per far questo non si può prescindere da ciò che siamo e dove vogliamo arrivare. L’economia solidale, in tutte le sue forme e con tutti i suoi limiti, ha già posto le basi su cui impostare un tale ragionamento. Che non potrà e non dovrà essere interno al movimento, pena l’autoreferenzialità, ma dovrà essere in grado di sostenere e compartecipare alla promozione di veri e propri cantieri sociali ed economici.
Gettare il cuore oltre l’ostacolo, in poche parole andare oltre alle proprie consolidate certezze per fare realmente sistema. Una parte del movimento è pronto. Alcune piccole imprese si stanno preparando. La parola agli enti pubblici e ai decisori politici: quando si parte?


di Antonio Onorati
Presidente Centro Internazionale Crocevia - Tradewatch
Settimana dal 29 luglio al 25 agosto

Wto: è tempo di seminare

Possiamo a giusto titolo considerare gli ultimi dieci anni di confronto tra il tentativo di imporre le regole del liberalismo monopolista del WTO sull’agricoltura del pianeta e la resistenza di quanti – non solo nei campi – si sono opposti all’idea che il cibo fosse una merce, come il tempo dei lavori di preparazione del terreno.

Il congelamento attuale del negoziato annunciato lunedì 24 luglio riconosce lo stato dei fatti e apre – se i governi sapranno responsabilmente coglierne l’occasione – una fase nuova nei negoziati multilaterali necessari a regolare il commercio mondiale.

Per un’incredibile insieme di coincidenze – poiché la mobilitazione dei movimenti era prevista, in Ginevra, alla fine della settimana, in coincidenza del Consiglio del WTO – era presente lunedì, per altri motivi, una sparutissima pattuglia di militanti che, nei dieci minuti successivi alla comunicazione della rottura del negoziato, si sono ritrovati sulle scale del palazzo del WTO. Sarà stata la sorpresa ma nella più totale solitudine – musi lunghi dei funzionari - si sono potuti sistemare comodamente sulle scale ed esporre i segni del proprio dissenso su cui campeggiava un lungo striscione “time for food sovereignty” dietro cui aveva trovato posto questa delegazione sintesi di dieci anni di lotte di tutti noi. Donne e uomini, 19 persone in tutto, ma ciascuna di nazionalità diversa, alcuni con diverse nazionalità, contadini, pescatori, attivisti, europei, africani, asiatici, latino americani, americani. Conosciuti in tutto il mondo – come la pipa di Josè – o silenziosi pescatori filippini per la prima volta fuori del loro paese. Mancavano i contadini coreani, una vera ingiustizia, avevano un posto riservato per loro. Una bella foto di famiglia il cui valore politico è stato subito colto dal Direttore Lamy che ha mandato li sulle scale un suo collaboratore ad invitare una delegazione per un incontro (che si è tenuto il giorno dopo di buon mattino ed in cui Lamy ha espresso la disponibilità a partecipare ad eventi di confronto sulla “sovranità alimentare, un concetto che vorrei capire”).

E questo è il punto. Capire ed accettare quello che chiediamo da 10 anni, cioè togliere il mandato al WTO di negoziare regolamentazioni che riguardano cibo, agricoltura e risorse naturali o insistere fino a rischiare la stessa sopravvivenza del WTO. E’ evidente ai più ormai che gli strumenti propri al WTO non possono regolare il mercato mondiale dei prodotti agricoli e – tanto meno la produzione agricola in funzione del mercato mondiale - tanto che a giugno un gruppo importante di paesi africani aveva già chiesto al WTO formalmente di riportare il negoziato sulle comodities agricole all’UNCTAD in modo da potersi dotare di strumenti internazionali capaci di regolare l’offerta (proposta che qualcuno qui da noi considera forse una posizione di gruppi “anacronistici”) ed arrestare il lungo declino dei prezzi dei prodotti agricoli, molti dei quali ormai stabilmente sotto i costi medi di produzione. Questo dilemma che pesa sul futuro del WTO non sarà affrontato con responsabilità dai governi delle “potenze esportatrice”, cioè dalla Commissione europea, dagli USA e da un gruppo di elite che rappresentano alcuni paesi detti in via di sviluppo perché il peso dell’ideologia – quella liberista che senza guerre e negoziati internazionali truccati non ha la forza di imporsi – e degli interessi privati li rende incapaci di affrontare la realtà: il mercato non può regolare il mondo.

Aspettiamo la discussione e le decisioni del Consiglio WTO per meglio avere una idea della strategie dei “potenti” e di qualche modesta comparsa ma – credo – che si debba passare da parte nostra ad una fase nuova, quella della semina delle alternative, quelle immaginate – nei campi, nelle foreste e nel mare – da quanti ogni giorno debbono trovare il modo di sopravvivere producendo il cibo per se e per tutti gli altri. Spostare il negoziato multilaterale in altre istanze delle Nazioni Unite – come UNCTAD e FAO – è una richiesta che avanziamo da molto tempo (Forum di Roma della società civile, 1996), restituire senso ai diritti fondamentali resta la linea su cui continuiamo a costruire iniziative. Ora dovremmo dar vita ad alleanze non tanto fra sigle di organizzazioni e movimenti come tali ma tra diversi attori sociali e le loro espressioni e le loro iniziative, attraverso il pianeta per fare emergere quella capacità di proposta che è andata consolidandosi in questi ultimi 10 anni sulle questioni del cibo, l’alimentazione, l’agricoltura e la sua capacità unica che ha avuto e continua ad avere di strutturare le società molto al di là della quota percentuale di addetti che rappresenta. Queste proposte affrontano i bisogni della enorme maggioranza dei cittadini e della popolazione mondiale: una vita dignitosa senza fame e povertà. Allora dovremmo utilmente affrontare i governi e dove possibile costruire un dialogo con alcuni di loro. Nei confronti degli altri sarà utile sviluppare azioni congiunte con i movimenti e le organizzazioni locali, sia a livello nazionale che regionale perché – con tutta evidenza – i vari e svariati accordi di “zone di libero scambio” e “accordi di partenariato” riprenderanno vigore, ampiezza e rapidità nell’implementazione. Fino ad ora la mobilitazione su questo terreno è stato appannaggio quasi esclusivo dei movimenti locali, ora deve diventare un terreno comune di solidarietà e azione.

Il trasferimento sempre possibile dell’agenda neo liberista dentro il sistema delle Nazioni Unite ci obbliga ad una estrema vigilanza. In particolare verso la FAO, che vive un periodo di grande fragilità e dove – da tempo – la UE, ad esempio, richiede che questa agenzia concentri i suoi compiti nello sviluppo di un “ruolo normativo” cioè nella costruzione degli standard di qualità degli alimenti (SPS, CODEX), magari secondo l‘idea di qualità propria all’agroindustria in modo tale da poterli usare nel contenzioso al WTO. Ma la FAO non appartiene solo ai governi e quindi non sarà così semplice imporre un’agenda liberista tutta l’Agenzia. Ne sarà semplice far retrocedere i movimenti e le organizzazioni della società civile dagli spazi – gli unici di democrazia reale – che sono andati conquistandosi in questi anni.

Allora si va a seminare e, anche se le nostre stagioni sembrano lunghe una decade, aspettiamo infine il raccolto.

 


di Monica Di Sisto
Vicepresidente [fair] - Coordinatrice Tradewatch
Settimana dal 22 al 29 luglio

Il Round barcolla... e alla fine molla

Sollievo, per un pacchetto di regole che avrebbe potuto, secondo le stime di Banca mondiale, delle Agenzie delle Nazioni Unite competenti ma anche di tutti i sindacati e i movimenti sociali, accelerare la perdita di occupazione, aprire selvaggiamente alle esportazioni dei Paesi più competitivi, mercati agricoli e industriali impreparati e fragili, con impatti sociali durissimi, ma anche immettere sul mercato come merci qualsiasi, i diritti, i servizi essenziali e i beni comuni dell’umanità.

All’indomani della “sospensione a tempo indeterminato” dei negoziati rilanciati a Doha dall’Organizzazione Mondiale del commercio, quel risultato che i movimenti sociali globali perseguivano fin dai giorni di Seattle, come “campagnari” appassionati e cittadini globali, possiamo ben concederci di tirare un po’ il fiato. Una pausa densa di riflessioni sugli scenari che da oggi si aprono per ripensare le scelte operate fino ad oggi dai Paesi leader in ambito Wto, ma anche

Io non penso, come altri fanno, che dobbiamo versare lacrime sul negoziato perduto; al contrario sono convinta che dobbiamo continuare a lavorare con maggiore speranza, ponendo sul tavolo della politica con forza tutte quelle alternative alle soluzioni rivelatesi non percorribili, che in questi anni abbiamo elaborato e proposto insieme.

Studi recenti della Banca Mondiale e altri studi non certo altermondialisti come il Carnegie Endowment, hanno sottolineato il fatto che l’agenda di liberalizzazioni proposta dai nostri Governi in casa ed in trasferta, ma anche quel misero “pacchetto dello sviluppo” che i Grandi avevano concesso nel negoziato di Doha, non portano benefici alla maggioranza delle donne e degli uomini del pianeta, in particolare a coloro che vivono in aree e in Paesi impoveriti. Convinciamocene tutti, governativi e non: il commercio può contribuire, ad alcune condizioni, alla crescita economica di aree e comunità povere, ma non è la panacea che traghetterà i più sventurati verso le meravigliose sorti e progressive.

Il collasso del Doha round ci insegna che non basta verniciare d’equo le bancarelle globali e aprire il portafogli degli aiuti, per raggiungere un nuovo equilibrio globale in questo mondo che non riesce a far tacere nemmeno per un’ora cannoni e speculazioni. Il patto sociale globale va rifondato superando tutti i luoghi comuni che autorizzano e legittimano i poteri neoliberali, come anche certo associazionismo di antico pensiero. Dobbiamo guardare con laicità a un mondo nuovo.

Ad un’Europa e a quegli Stati Uniti che non hanno rinunciato a fare dumping sui Paesi più poveri e a guardare con voracia ai nuovi mercati agricoli e industriali da aprire in quel Sud che sta crescendo. Ma anche ad un Brasile che ha messo al primo posto i possibili nuovi affari per i propri latifondisti dell’agrobusiness; a quell’India che lo ha fatto con i suoi imprenditori dei servizi e alla Cina che ha protetto innanzitutto il proprio settore manifatturiero. Dimenticandosi del proprio passato recente, queste tre potenze emergenti hanno rincorso Stati Uniti ed Europa nella corsa verso l’accesso al mercato, dimentichi delle richieste e delle condizioni della grande massa dei Paesi più poveri che sono rimasti largamente esclusi dai negoziati.

Ora la parola passa alla politica, all’azione rinnovata di tutti noi verso quella auspicabile “cura dimagrante” della Wto, dalla quale, finalmente, far uscire i diritti, la biodiversità e i servizi essenziali, riaffermando la priorità dei popoli di negoziare modelli di convivenza e di sviluppo (e di decrescita) sostenibili, a prescindere delle esigenze dei mercati.

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di Don Rocco D'Ambrosio
Docente di Filosofia Politica
Facoltà Teologica Pugliese di Bari, Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Settimana dal 15 al 21 luglio

Il dominio delle parole

Da diversi anni lavoro per formare la gente alla politica e le parole di don Milani mi accompagnano non solo come punto ideale di riferimento, ma anche come pungolo quotidiano. Scriveva il prete fiorentino nel 1956: «Ciò che manca ai miei figlioli è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude». Allora lo sforzo è trovare questi luoghi – fisici, virtuali e mediali – in cui insegnare a dominare la parola. La nascita dei moderni mezzi di comunicazione sociale è stata legata a spazi ristretti ma capaci di amplificare notizie e messaggi in maniera efficace e pervasiva. Sale parrocchiali, oratori, sezioni di partito, circoli culturali, biblioteche, associazioni varie sono stati per lungo tempo gli unici luoghi dove leggere il giornale, ascoltare la radio, seguire la Tv, proiettare un film e poi, soprattutto, capire, discutere, emanciparsi, anche tracciando linee comuni di impegno sociale. Chi ha operato in questi settori è sempre stato conscio della portata educativa di questi luoghi. Don Lorenzo Milani, Antonio Gramsci (tanto per citare solo due tra i maggiori) insieme a tanti altri uomini e donne impegnati nella società civile hanno profuso preziose energie per riqualificare questi spazi e per dare ad essi la stessa dignità dei luoghi educativi tradizionali (famiglia, scuola, università). La rivoluzione tecnologica ha facilitato l’accesso ai mezzi di comunicazione ma ne ha ridefinito il loro modo di porsi. Giornali, Tv, cinema, libri sono beni di cui oggi possiamo fruire privatamente. Emblematico è che in una stessa casa ci siano più televisori, che spesso isolano le persone e aumentano il grado di incomunicabilità, invece di favorire la pluralità del sapere e della sua comunicazione prima di tutto ai “prossimi”. Quei giornalisti ed educatori da tempo dediti a queste nuove forme di approccio ai mass media possono raccontare le difficoltà incontrate, ma anche i piccoli ma significativi successi ottenuti. Infatti chi conosce il sud ricorda che spesso il problema non è tanto del mezzo informativo asservito a squallide logiche di potere, quanto il fatto che una larga fascia di chi segue la Tv o legge il giornale non ha strumenti, tecnici e morali, per decodificare il messaggio, per valutarlo eticamente e, quindi, per scegliere da che parte stare. In soldoni: la TV o i giornali riempiono la testa solo se è vuota, e se questa è vuota qualcuno ne avrà pure la responsabilità. Resta attualissimo l’insegnamento di don Lorenzo Milani: si ama il sapere nella misura in cui si ama comunicarlo e si ama la comunicazione nella misura in cui si ama la gente.

* Facoltà Teologica Pugliese di Bari, Pontificia Università Gregoriana di Roma.

 


di Michele Sorice
Docente di Storia della Radio e della Televisione
Facoltà di scienze della Comunicazione, Università di Roma La Sapienza.
Settimana dal 9 al 16 luglio

L'industria culturale italiana:
una sfida per il nuovo governo

L’industria culturale italiana è tradizionalmente stretta nella morsa di una genialità senza progetto da una parte e l’assenza di una prospettiva di innovazione dall’altra. Sono molti gli studi che hanno messo in luce le anomalie dell’industria culturale italiana, le sue specificità e naturalmente i suoi difetti strutturali che – come David Forgacs notava per la prima volta già oltre 15 anni fa nel suo L’industrializzazione della cultura italiana – sono di vecchia data e trovano radici in parte nell’Italia post-unitaria in parte nel sistema delle corporazioni del regime fascista. La commistione fra politica-media-cultura degli anni Cinquanta ha fatto il resto, determinando uno scollamento sempre più forte fra la cultura e i suoi processi di industrializzazione: le forme di lottizzazione nell’azienda pubblica televisiva ne costituiscono, a tale proposito, un evidente paradigma.
I cinque anni del precedente Governo hanno violentemente acuito tale situazione: industrie culturali sempre più saldamente in mano alla classe politica, con i ricercatori, gli studiosi, gli “esperti” sempre più confinati in aree nemmeno troppo protette. Ancora una volta la televisione rappresenta un valido esempio: alla ricerca del mercato imperfetto (la concorrenza in regime di duopolio) la Rai è stata costretta ad abbandonare il suo ruolo di servizio pubblico per avviarsi a svolgere un non meglio precisato servizio di “pubblica utilità”, avulso dalle logiche della cittadinanza e quindi di fatto sterile. Tutto questo mentre in Gran Bretagna il Governo Blair (straordinariamente illuminato nelle politiche sociali interne e in quelle sulla comunicazione) lanciava il Green Paper, rinnovava la Royal Charter (il documento fondamentale del servizio pubblico in Uk), rivalutando il ruolo stesso del servizio pubblico e la funzione sociale della Bbc. La vecchia triade di John Reith (informare, educare, divertire) trova una nuova giustificazione nella triplice funzione di dialogo con i pubblici, riconoscimento dei diversi gruppi e stili di vita, incentivazione dell’innovazione e della creatività.
Il nuovo Governo italiano è chiamato a un compito non facile e non ci si può aspettare una trasformazione radicale in 5 anni: ma alcune aspettative – anche a leggere il Programma dell’Unione – non possiamo non averle. Per esempio è lecito attendersi il ritorno della Rai (pagata giustamente dai cittadini) al servizio pubblico (che significa appunto anche innovazione e creatività); è lecito attendersi una politica culturale più ancorata alla sperimentazione e al territorio e meno ai padrinaggi politici; è lecito attendersi una svolta meritocratica nell’Università (il fulcro della cultura e della ricerca) a dispetto di baronati sempre pronti a saltare sul carro del vincitore. Le premesse ci sono e forse in questo senso vanno letti i cambiamenti a Cinecittà. L’importante è che con i volti (che auspichiamo finalmente nuovi) cambino anche le culture. Perché non c’è niente di peggio di una nuova industria culturale con i metodi delle vecchie culture di governo.


 


di Luca Martinelli
Mani Tese
Settimana dal 2 al 9 luglio

Nuvole sul Messico.
Manuale per una campagna elettorale

Il 3 e 4 maggio, un brutale operativo congiunto delle forze di polizia a livello municipale, statale e federale ha annichilito la popolazione di San Salvador Atenco e di Texcoco, cittadine a una sessantina di km da Città del Messico, e con loro centinaia di organizzazioni aderenti alla Otra campaña, il percorso di aggregazione politica e partecipazione avviato dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale [Ezln] nell’estate scorsa.
Violentate le donne [sui camion della polizia, durante un interminabile trasferimento verso il carcere, durato sei ore –quando ce ne vorrebbe una, o poco più]; massacrati di botte, tutti e indistintamente, da oltre tremila uomini. Due i morti [Javier Cortes Santiago e Alexis Benhumea, studente della Università nazionale autonoma metropolitana di Città del Messico, che è morto all’alba del 7 giugno, dopo oltre un mese di coma; era stato colpito alla testa da una pallottola di gas lacrimogeno, sparato ad altezza d’uomo. Per dodici ore aveva atteso invano i soccorsi], decine i feriti e oltre duecento persone fermate [una trentina sono ancora in carcere].
La scintilla [o il pretesto, dipende dall’angolo con cui si guarda alla vicenda] della repressione è stata l’occupazione di una strada da parte di un gruppo di floricoltori/venditori di fiori ambulanti [il mattino del 3 di maggio]: protestavano contro il sindaco di Texcoco, che aveva deciso che non c’era più posto per i loro banchi fuori dal mercato municipale, che erano diventati fuorilegge. In Messico, dove milioni di famiglie sopravvivono grazie all’economia informale, dove tra il 2000 e il 2004 sono stati creati zero posti di lavoro, negli ultimi cinque anni sono stati adottati almeno 16 provvedimenti di legge ‘contro’ la vendita ambulante.
A Texcoco, poi, c’è di mezzo Wal-Mart: il mercato municipale dovrebbe diventare l’ennesimo grande magazzino [di prodotti Usa style ma made in China]. E i conti sono presto fatti.
Tutto questo accade a due mesi dalle elezioni. E non è un caso: il PAN, Partido de Accion Nacional, il partito delle destre imprenditoriali e fasciste, al Governo dal 2000, dopo un sessennio disastroso stava raschiando il fondo del barile. Con questa mossa [una dimostrazione di forza; de tener mano firme] sembra aver trovato la matassa per risalire la china [gli ultimi sondaggi danno Calderon, il candidato del PAN, appaiato al 36% ad Andrés Manuel Lopez Obrador, candidato del PRD, il centrosinistra istituzionale], dopo aver speso cinque anni a raccontare al mondo la favola di un paese felice e “pacificato”, di un paese senza conflitto sociale [in campagna elettorale, si ricorda, affermò che avrebbe trovato una soluzione alla “questione Chiapas” in 15 minuti]. Spot a uso e consumo delle imprese multinazionali, perché il conflitto –si sa– porta i capitali a emigrare [o a non arrivare proprio], e Fox di investimenti esteri diretti [IED] aveva bisogno come il pane, per non far crollare il suo castello di sabbia [non sembra essere riuscito granché nel suo intento se –complice la crisi congiunturale dell’economia a livello mondiale– oggi le prime due fonti di valuta per il Paese sono l’esportazione di petrolio e quella di manodopera, ossia le rimesse dei migranti].
Un colpo al cerchio ed uno alla botte e Atenco è anche un messaggio alla Otra campaña e alle organizzazioni sociali in tutto il Paese: o con noi o contro di noi; niente al di fuori dei partiti [e del sistema]. In Messico, al sistema dei partiti [egemonizzato, per settant’anni dal PRI, Partido Revolucionario Institucional, al potere dal 1929 al 2000] la gente non crede più: le elezioni intermedie [per la Camera dei Deputati] dell’Estate 2003 hanno visto un astensionismo record del 59%. La campagna elettorale s’è giocata su accusa di corruzione [il tenero: chi è più corrotto, tu o io?]

C’è poi una terza lettura, che è quella di decine delle testimonianze raccolte nella quarta visita della Commissione civile internazionale di osservazione per i diritti umani [Cciodh] in Messico, che tra il 29 maggio e il 4 giugno si è dedicata ad investigare i “fatti di Atenco”. Dietro alla violenza brutale ci sarebbe una vendetta: il presidente Fox s’era legato al dito lo scacco subito cinque anni fa dai cittadini di Atenco [organizzati in un Frente del Pueblo por la Defensa de la Tierra, Fpdt], e all’ultimo tuffo ha voluto ripagarli. Quelli del Fpdt erano riusciti a bloccare la costruzione del nuovo aeroporto internazionale di Città del Messico, che avrebbe dovuto sorgere proprio sulle loto terre, che coltivano e gestiscono ancora in modo comunitario [con l’ejido]. Levando in aria i machete, i contadini di Atenco avevano fermato la speculazione guidata dagli “amigos de Fox”, il gruppo d’imprenditori [gli stessi che avevano finanziato la campagna elettorale dell’ex di Coca Cola] che avrebbe lucrato sul progetto del nuovo aeroporto.
Riporto da due e-mail scambiate con amici che lavorano in Chiapas, con due organizzazioni della società civile: “Senza dubbio i fatti di Atenco non sono solo una forma di repressione ma un modo per mostrare a tutti e tutte che in realtà non esiste nessuna democrazia in uno stato neoliberista”; “le forze del fascismo diventano poco a poco padrone di tutto, e si preparano per continuare a governare anche nei prossimi sei anni. È terribile e triste”.

Le conclusioni e raccomandazioni della Cciodh sono state presentate a Roma lo scorso 21 maggio, per maggiori informazioni http://cciodh.pangea.org (anche in italiano).


 

 

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