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di Andrea Baranes
Campagna per la Riforma della Banca Mondiale
settimana dal 26 giugno al 2 luglio
Unicredit
finanzia un impianto nucleare in Bulgaria?
Secondo fonti internazionali, assieme
alla Citibank Unicredit avrebbe offerto di finanziare la Czech Skoda
Alliance per completare l’impianto nucleare di Belene, nel Nord della
Bulgaria.
Quando capitò la catastrofe di Chernobyl, erano già stati realizzati i
piani per la costruzione di due reattori di progettazione sovietica a
Belene. I lavori di costruzione furono avviati nel 1987. Dopo le
proteste di natura ambientale, però, il progetto è stato sospeso dal
Governo bulgaro nel 1990 e quindi finalmente abbandonato in quanto
“tecnicamente inadatto ed economicamente irrealizzabile” nel 1997. Nel
2004, tuttavia, il Governo bulgaro ha ripreso i piani per Belene, e
presentato i bandi di gara, specificando di volere utilizzare per quanto
possibile gli equipaggiamenti e le infrastrutture già presenti sul
posto.
Le preoccupazioni legate a questo impianto sono fortissime. In primo
luogo, l’impianto sarà costruito in una zona a forte rischio sismico.
Durante un terremoto, nel Marzo del 1977, 200 persone persero la vita a
soli 12 km da Belene, nel paese di Svishtov. Questa è una delle
motivazioni fondamentali per cui l’Accademia delle Scienze della
Bulgaria ha lanciato l’allarme contro il completamento dell’impianto di
Belene nel suo studio del 1990.
Il progetto dell’impianto di Belene è basato sulla tecnologia russa
denominata VVER. I reattori VVER di prima generazione sono stati
dichiarati ad “alto rischio” e devono essere chiusi in tutti i nuovi
paesi dell’Unione Europea. Il progetto proposto per Belene dalla Skoda
Alliance è un reattore VVER di terza generazione, il 1000-320. Questa
serie prende in considerazione alcune delle problematiche delle
generazione precedenti, ma si considera che il modello VVER-1000
continui a evidenziare problemi di sicurezza. Il primo marzo 2006, c’è
stato un serio incidente al reattore Kosloduj 5, in Bulgaria, che è
anch’esso un modello VVER 1000-320. Gueorgui Kastchiev, già capo
dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare Bulgara, ha segnalato che il
sistema centrale di sicurezza del reattore si è rotto, e che di
conseguenza il personale è stato impossibilitato a spegnere il reattore
per sei ore. Secondo Kastchiev, se ci fosse stata una perdita importante
ad esempio nel generatore di vapore, sarebbe invece stato necessario
spegnere il reattore nel giro di due minuti per evitare una catastrofe.
Ci sono altri motivi di forte preoccupazione legati alla sicurezza di
questo reattore, non ultima la vicinanza del Danubio e le sue sempre più
frequenti esondazioni. Lo stoccaggio dei rifiuti nucleari prodotti a
Belene, inoltre, non è ancora stato risolto.
Negli ultimi anni, Unicredit ha più volte dichiarato il proprio impegno
per la sostenibilità ambientale. Il sito della banca si apre inoltre con
lo slogan “Benvenuti nella Nuova Banca Veramente Europea”. Secondo uno
studio della Commissione Europea, l’88% dei cittadini non sostiene nuovi
investimenti in impianti nucleari. Quello di Belene sembra inoltre
distinguersi per i rischi e le preoccupazioni che suscita. E’ giunto il
momento per Unicredit di mostrare la propria coerenza, e verificare se
oltre le dichiarazioni di principio la banca intende rispettare gli
impegni presi.

di Vittorio Agnoletto
Europarlamentare
settimana dal 18 al 25 giugno
TAV: Truffa ad
Alta Velocità
La Tav perde colpi. Nelle ultime
settimane, il movimento No Tav é riuscito a smascherare alcune delle
tante bugie dette sino ad ora dagli «addetti ai lavori».
Per cominciare, il 26 aprile Loyola De Palacio, commissaria per il
corridoio 5, ha presentato il rapporto dell’Arpa sulle criticità legate
alla costruzione della Torino–Lione. Quella che avrebbe dovuto essere
«un'analisi oggettiva e imparziale sulla coerenza e pertinenza degli
studi condotti da LTF (la società responsabile della tratta
italo-francese della Tav, ndr)» ha sentenziato l’assenza di amianto nei
monti valsusini. Ma il dossier Arpa è tutto fuorché indipendente e
scientifico: formato da materiali provenienti quasi unicamente da LTF,
parla di indagini svolte seguendo le indicazioni della stessa società e
delle centinaia di campioni estratti ne sono stati analizzati solo 4.
Dico ciò pur sapendo, che a Mompantero, dove hanno fatto i sondaggi,
l’amianto non c’è davvero. Hanno scavato in quel sito proprio per poter
dichiarare che l’amianto in Val Susa non si trova. Denunciare le
informazioni distorte che sono state rese pubbliche significa quindi
puntare il dito soprattutto contro un metodo di lavoro, per evitare che
si ripeta.
Di tale scenario sono state messe a conoscenza la Commissione europea e
le autorità giudiziarie, in Italia, con un esposto alla Procura
torinese, che ha anche autonomamente avviato un’indagine in relazione
alla Tav, per la quale sono stato ascoltato come «persona informata dei
fatti».
Ho inoltre chiesto formalmente le dimissioni di De Palacio, che, invece
di essere neutrale, come richiede il suo ruolo, ha accreditato uno
studio privo delle garanzie normalmente richieste dall’ Ue.
Per quanto concerne i contributi europei, la commissione Bilancio e
quella Trasporti devono ancora decidere a quali delle 30 grandi opere
europee dare la priorità: i soldi per la Tav, molto probabilmente, non
ci saranno. Confindustria, nel frattempo, è corsa ai ripari, indicendo
una riunione eccezionale al Parlamento europeo con il commissario ai
Trasporti Jacques Barrot. Tra l’altro, l’amianto è solo uno dei motivi
per dire ‘no’ all’alta velocità. I rischi ambientali, connessi alle
varie forme di inquinamento, sono altissimi. Il progetto è inutile:
basterebbe potenziare la linea ferroviaria esistente per implementare il
traffico delle merci su rotaia.
E' però un’opera pregna di significati politici. Incarna il
modello liberista basato su una crescente delocalizzazione della
produzione, sinonimo di negazione dei diritti dei lavoratori dei Paesi
poveri; sulla rottura dei legami comunitari europei e sulla
trasformazione del vecchio continente in una regione attraversata da
imponenti infrastrutture di trasporto dove, ad una sempre più selvaggia
concentrazione di capitali, corrisponderanno più disoccupazione e lavoro
nero. Il massimo profitto possibile insieme al disprezzo per ogni bene
comune, risorse naturali in primis. Per questa ragione riuscire a non
realizzare la Tav è un obiettivo che interessa tutti.

di Giulio Marcon
Lunaria - Coordinatore Campagna Sbilanciamoci
settimana dal 10 al 17 giugno
La Cooperazione
prossima ventura
La politica pubblica di cooperazione
allo sviluppo in Italia, esce dalla fine della scorsa legislatura
completamente devastata: risorse ridotte al lumicino (ultimi nella
graduatoria OCSE per la percentuale di PIL dedicata alle risorse per lo
sviluppo), inefficienza paralizzante del Ministero Affari Esteri (con
qualche nuovo scandalo affiorato nella DGCS), tagli alle agenzie delle
Nazioni Unite, commistione degli aiuti umanitari (come in Afganistan e
in Iraq) con gli interventi militari e la promozione dell’export delle
imprese, una legge (la 49/87 che regola gli interventi italiani in
materia) ormai superata e dal bilancio purtroppo fallimentare. Di questa
catastrofe, ne darà testimonianza con dati e cifre la II edizione del
Rapporto sulla Cooperazione allo Sviluppo in Italia che la campagna
Sbilanciamoci! presenterà nelle prossime settimane.
Il nuovo governo si trova a dover ricostruire (forse a reinventare)
dalle macerie di questi anni una nuova idea e pratica di cooperazione.
Non si tratta però solamente di questione di risorse, di credibilità
interna ed internazionale, di efficacia degli interventi e di efficienza
di strutture o degli aspetti più macroscopici di incoerenza delle altre
politiche (economiche, commerciali, militari, ecc.). Si tratta di
ripensare la cooperazione allo sviluppo in uno scenario del tutto nuovo.
Quali alternative possono esserci per una diversa politica di
cooperazione allo sviluppo? E si può parlare ancora di “sviluppo” (o di
“crescita), visto che lo sviluppo che abbiamo conosciuto ha significato
povertà, rovina dell’ambiente, delle diversità culturali, guerra,
dominio sui più deboli? Altri concetti si impongono: economia di
giustizia, solidarietà internazionale, beni comuni, autodeterminazione
dal basso. Una cosa comunque è certa: qualsiasi alternativa di
un’economa diversa a livello globale ha come presupposto la sconfitta
delle politiche neoliberiste e della logica di guerra, come forme di
dominio e di sopraffazione a livello planetario. Significa ripristinare
il primato dello spazio pubblico sul mercato, dei beni comuni sulle
merci, del “valore d’uso” sul “valore di scambio”, della sostenibilità
sulla illimitatezza, della pace sulla guerra, dei diritti sui privilegi,
della convivialità sull’egoismo. Significa orientare le politiche
economiche e pubbliche (globali) verso un nuovo modello di “sviluppo” in
cui anche i comportamenti ed i consumi individuali –improntati alla
sobrietà, al senso del limite, all’equità, ecc.- devono radicalmente
cambiare.
Bisogna sganciare la politica di cooperazione allo sviluppo dalla
geopolitica estera. Questo non significa legittimare la schizofrenia tra
politica estera e cooperazione allo sviluppo, ma impedire che la seconda
sia subalterna alla prima. In secondo luogo bisogna eliminare ogni
commistione tra cooperazione (soprattutto nella versione dell’aiuto
umanitario) e politica bellica e gli interventi militari, come è
avvenuto negli anni ‘90. Terzo, fondamentale: bisogna separare la
cooperazione allo sviluppo dalla politica commerciale, evitando che
diventi un “cavallo di troia” delle imprese e del business, come è stato
spesso in passato. In quarto luogo, bisogna ottenere che le altre
politiche –commerciali, monetarie, finanziarie, industriali, ecc.- di un
paese (o di un’istituzione regionale o internazionale) siano coerenti
con la cooperazione allo sviluppo, altrimenti questa diventa
testimonianza e pura azione residuale. Senza la sconfitta delle
politiche neoliberiste non ci può essere buona cooperazione. Quinto: la
cooperazione può avere successo solo se cambia il modello di sviluppo e
il sistema delle relazioni economiche internazionali. Qualità,
sostenibilità, equità, sobrietà, beni comuni sono alcune delle
parole-chiave che devono orientare la pratica di un’economia diversa
fondata sulla giustizia e sui diritti. Come sesto principio, bisogna
ricordare che la cooperazione deve avere al centro il Sud del mondo, non
più solamente come beneficiario, ma come protagonista delle decisioni e
dell’utilizzo delle risorse. Serve un partenariato vero, fondato su una
vera pari dignità e non su meccanismi subalterni o di semplice
“consultazione”. Ancora: la cooperazione non governativa deve
radicalmente cambiare, evitando di rassegnarsi ad essere un
progettificio paragovernativo di agenzie di professionisti. La
dimensione sociale, partecipata, democratica e politica deve tornare al
centro. E con questa il ruolo del volontariato e dell’azione collettiva
per il cambiamento delle politiche di sviluppo. Infine: la cooperazione
allo sviluppo del futuro deve sempre di più eliminare la coppia
dicotomica “donatore-beneficiario” o “sviluppo-autosviluppo” a favore di
una cooperazione fondata sulla pari dignità e su un partenariato vero e
su un’idea diversa di economia. La cooperazione del futuro è
cooperazione dal basso, fatta di relazioni tra comunità, orientata allo
sviluppo umano. Una cooperazione che rimette in discussione anche il
“mito dello sviluppo” dentro la prospettiva della crescita di
un’economia diversa e conviviale, delle differenze, autocentrata, ma
nello stesso tempo cooperativa, sostenibile e fondata sui valori della
reciprocità.

di Adriano Poletti
Presidente Fairtrade/Transfair Italia
settimana dal 2 al 10 giugno
Commercio
Equo: certificare le transnazionali?
Imprese transnazionali e Fair trade.
Un argomento all’ordine del giorno e sicuramente contraddittorio, un
tema caldo su cui le organizzazioni del commercio equo ed un ente di
certificazione come Transfair/Fairtrade si sono spese molto, in
particolare negli ultimi mesi.
Transfair/Fairtrade ha chiesto in modo ufficiale a F.L.O. (Fair
Labelling Organization) di aprire un dibattito sulla questione : da un
lato l’ aspirazione che anche la grande industria si lasci contagiare
seriamente da criteri equosolidali di produzione e di scambio
commerciale, dall’ altro la consapevolezza che il Commercio Equo è nato
per inserire nei circuiti commerciali quei piccoli produttori mal pagati
ed esclusi da ogni possibile futuro.
Un bel dibattito dunque, che però, salvo che in Italia, non si è ancora
davvero aperto, ed evidenzia una difficoltà di governo dei processi ,
anche i più importanti.
Abbiamo contestato senza appello la scelta di Fairtrade Foundation di
concedere il Marchio di certificazione alla Nestlè, non per motivi
ideologici, ma per autotutela della nostra storia e della nostra
credibilità.
Non siamo contrari per principio alla certificazione delle imprese
Transnazionali.
Se i criteri del Commercio Equo vengono acquisiti in modo serio, con una
gradualità che ha come obiettivo una quota non marginale della
produzione, che tiene in conto l’ opportunità di acquistare le materie
prime da piccoli produttori, che modifica eventuali comportamenti
scorretti sul tema dei diritti e della difesa dell’ ambiente, la nostra
opinione è che la certificazione delle imprese Transnazionali sia
possibile.
Peccato che tutto ciò sia lontano anni luce dall’ attuale situazione di
Nestlè, un’ azienda certamente molto ben organizzata, di alto livello
qualitativo nella produzione, capace di fare il suo lavoro, ma ad oggi
totalmente indisponibile ad avviare sui nostri temi un percorso serio.
Quindi a livello europeo abbiamo aperto noi il dibattito, scrivendo a
F.L.O. ed a Fairtrade Foundation . La nostra lettera che segue, in
risposta ad una lettera di Fairtrade Foundation, è una sintesi utile a
capire la nostra strategia ed il nostro pensiero sulla questione.
Ci auguriamo sia possibile, intorno a questo tema creare un movimento di
opinione europeo che metta processi così importanti dentro una strategia
condivisa, senza lasciarli non governati.
Spett. Fairtrade Foundation
………………………………
- - Gentile Harriet Lamb e Consiglio Fairtrade Foundation, facendo
seguito alla Vostra del ………………… siamo a specificarvi quanto segue:
- - Come Consorzio Fairtrade Italia desideriamo ringraziarVi della
Vostra mail che ci dà occasione di specificare alcuni punti importanti
della nostra relazione, non abbiamo nulla contro l’ importante lavoro
che che tutti Voi in FTF stanno svolgendo per sviluppare il FT secondo
anche gli impegni pressi in Flo
- - Riteniamo Comunque quanto accaduto per il lancio del prodotto P.B.
di Nestlè in UK e Irlanda sia esemplificativo di quanto può accadere nel
caso non perseguiamo delle politiche coordinate e condivise all’ interno
di FLO sul tema TNCs, su questo abbiamo chiesto ed ottenuto un serio di
dibattito all’ interno di FLO, che sta ora compiendo il suo percorso
all’ interno di FLO, con il gruppo di lavoro sull’ argomento, in
particolare per noi il rapporto con le TNCs non può prescindere dal
valutare i vari aspetti inerenti al lancio di un prodotto, ivi incluso
gli effetti che questo può provocare nei vari mercati in termini di
credibilità delle varie iniziative nazionali, inoltre riteniamo
necessario valutare meglio il comportamento delle TNCs anche alla luce
dei pronunciamenti di importanti organizzazioni quali la organizzazione
Mondiale della Sanità , l ‘Unicef etc.. perché il reale cambiamento di
rotta di queste aziende non può passare solo da un prodotto che
rappresenta quote insignificanti di mercato.
- - Se avete dei dati che confortano la reale volontà di cambiamento di
dette aziende desideriamo riceverli per valutarli
- - Il lancio del prodotto Nestlè in UK ha avuto, anche per le numerose
notizie ed interviste uscite sulla stampa italiana e riportanti le
Vostre dichiarazioni, degli effetti pesanti sul nostro mercato, e ci
hanno provocato un danno di immagine che poteva portare anche ad una
azione pesante di Boicottaggio dei prodotti Fairtrade in Italia.
- - Tutto le organizzazioni italiane di Commercio Equo si sono trovate
d’ accordo sulla necessità di prendere posizione sul tema e sul
sollecitare anche la vostra fondazione ad una riflessione sulle sue
posizioni, ciò viene richiesto con forza anche da parte delle nostre
organizzazioni socie che rappresentano la maggior parte della società
civile italiana.
- - Pensiamo sia necessario che nell’ ambito di una maggior cooperazione
e credibilità del Fairtrade troviamo le modalità corrette per un
dibattito sul tema anche coinvolgendo i nostri stakeholders e siamo
felici se all’ interno di FLO , si potrà creare un confronto costruttivo
e credibile sul tema
Cordiali saluti
FAIRTRADE ITALIA
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