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 [fair]watch

 

[fair]watch, uno sguardo a volo radente sulle altre economie, sul mondo delle imprese, sulla finanza e sul mondo diverso possibile. Una redazione di professionisti della comunicazione ed esperti di economia sociale e solidale, a fianco di [fair] per costruire la sostenibilità.

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di Alberto Zoratti
Fair / Tradewatch

Nairobi. Non c'è pace senza giustizia

C'è una guerra, in Africa, che si vede e si sente poco. Non è quella combattuta tra fazioni rivali per il controllo delle risorse, spesso biecamente intrecciata con gli interessi di piccoli e grandi gruppi economici, a volte occidentali. Non è neanche quella unilaterale e dalle conseguenze drammaticamente incontrollabili dell'esercito statunitense, che bombarda il confine tra Kenya e Somalia per stanare i nemici di sempre, ma che arriva ad uccidere contadini, famiglie, pecore e galline. E' al contrario una guerra quotidiana, combattuta senza eserciti regolari né strateghi militari, ma che vede un livello di violenza subìto ed agito senza precedenti in contesto di contraddizioni sociali che toccano la tragedia. La Rift Valley che divide i miserabili dai privilegiati in Kenya passa anche e soprattutto per Nairobi, per le sue baraccopoli inimmaginabili che guardano a grattacieli a noi più familiari. Andare al Forum Sociale significherà scendere in quella Rift Valley, continuando nella costruzione di reti sociali e di resistenza a partire dal disagio e dall’esclusione sociale vissuta e sentita, come nelle favelas brasiliane di San Paolo o negli slums indiani di Mumbai.
In questo scenario il Forum Sociale Mondiale può rappresentare un’occasione unica, per contribuire alla costruzione di alternative concrete, a partire dalle esigenze delle comunità locali, dei territori, degli stessi africani, con un occhio rivolto alle grandi dinamiche economiche e sociali, che causano emarginazione sociale nell’Africa Subsahariana, come nelle campagne cinesi o nelle periferie di Liverpool. Dovrà essere il Forum dell’ascolto e dell’azione, l’occasione per i movimenti sociali per resettare nuovamente il proprio posizionamento, rivedere le strategie future, a cominciare dalle contraddizioni sociali ed ambientali che ogni giorno ci troviamo di fronte. O dalle ricette che nuovamente vengono riproposte per portare benessere in ogni angolo del pianeta.
Anche il Kenya, come gli altri paesi del gruppo ACP (Africa, Carabi e Pacifico), è il target privilegiato degli Accordi di Partenariato Economico promossi dall’Unione Europea. Più commercio, più liberalizzazioni, meno povertà.
Il refrain delle grandi istituzioni internazionali era già stato fatto proprio dai governi precedenti, in particolare quando durante gli anni ’80 e gli anni ’90 i Piani di Aggiustamento Strutturale prima e l’accettazione delle regole della WTO poi, in cui le liberalizzazioni erano uno degli assi portanti, produssero più danni di quanti ne volessero risolvere. Settori manifatturieri in declino, produzione agricola in caduta libera ed incremento della disoccupazione. E tutto questo in un tessuto economico e sociale fragile e contraddittorio.
Dal Forum dovremo saper unire la nostra capacità d’intervento concreto e puntuale, come organizzazioni dell’altraeconomia e come movimenti sociali, ad una strategia di ampia scala che sappia mobilitare intelligenze e coscienze per un’alternativa sostenibile ed efficace. A cominciare dai prossimi mesi, per bloccare i negoziati per la liberalizzazione dei commerci da una parte e per dare sostegno ai movimenti contadini che parlano di sovranità alimentare. Senza giustizia sociale, non sarà possibile nessuna pace. Questo è il concetto di fondo che sembra emergere dalle stanze del Forum di prossima apertura.
 

 


di Leonardo Becchetti
Docente di Economia Politica - Università Tor Vergata - Roma

Equo e solidale: dalla teoria alla concretezza

Una delle critiche più frequenti rivolte al commercio equo è quella che il prezzo equo rappresenta una distorsione rispetto al prezzo di mercato la quale fornisce l’incentivo sbagliato ai produttori distogliendoli dall’abbandonare un’attività poco remunerativa e richiesta dal mercato (o che comunque realizzano in maniera meno efficiente di altri).
Questa obiezione di fondo è basata su un utilizzo piuttosto rozzo dei rudimenti dell’economia e su tre errori principali. Il primo è l’idea che esista un unico prodotto standardizzato (ad es. il Caffè). Il secondo è che il prezzo che viene pagato ai produttori dal mercato tradizionale sia un prezzo di equilibrio di domanda ed offerta che sottende mercati perfettamente competitivi e equilibrio di potere contrattuale tra acquirenti e venditori. Il terzo è che seguendo una logica statica di costi comparati ognuno si deve specializzare in ciò che sa fare meglio e permanere in quella scelta.
Tutti e tre questi argomenti sono sbagliati.
Quanto al primo la letteratura economica degli ultimi venti anni parte dal superamento dell’idea del prodotto standardizzato. Nel settore alimentare come in tutti gli altri settori l’innovazione procede attraverso l’aumento continuo della varietà dei prodotti, ognuno dei quali ha la sua specificità, la sua domanda e la sua offerta. Nel settore alimentare e nel caso particolare del nostro esempio del caffè in particolare ciò che differenzia i prodotti sono le miscele, persino il packaging e oggi grazie al commercio equosolidale anche le caratteristiche etiche o socialmente responsabili del prodotto (lo stesso approccio di Starbuck che sottolinea le differenze tra i diversi tipi di caffè nei suoi punti vendita ha capito questo nuovo principio dell’economia che i critici del commercio equo e solidale sembrano ignorare).
Da questo punto di vista il prezzo del caffè equosolidale non è una distorsione del prezzo del Caffè con la c maiuscola (unico prodotto standardizzato) che non esiste, ma è la creazione di un nuovo prodotto sul mercato. La crescita tumultuosa della domanda negli ultimi anni ci dice che la scommessa di innovare in questa direzione non ha indirizzato i produttori verso un’attività poco richiesta dal mercato, tutt’altro…
Sul secondo punto, agli economisti dello sviluppo più accorti è ben noto che i mercati della vendita della materia prima e quello del credito informale nelle aree dei produttori sono tutt’altro che competitivi. Il cosiddetto prezzo del mercato tradizionale pertanto riflette questo squilibrio di rapporti di forza ed è considerato inefficiente da tutti i manuali di economia. Terzo, se accettiamo l’idea statica dei vantaggi comparati tutti dovrebbero fare la professione dei loro nonni contadini e nessuno dovrebbe investire per acquisire nuove capacità e migliorare la propria posizione.

Per sintetizzare il tutto, non si capisce perché quando un gruppo di produttori agricoli nei paesi sviluppati si unisce per promuovere nuove varietà di prodotti, sottolineando le specificità geografiche o le denominazioni di origine controllata, creando nuovi tipi di vini, si tratta di innovazione e di geniale capacità imprenditoriale. Quando la stessa cosa il commercio equo e solidale tenta di costruirla con le associazioni di primo livello diventa una distorsione del mercato e un’inefficienza.
Si tratta dunque di obiezioni di fondo che non reggono. Questo non vuol dire che la sfida dell’innovazione sia vinta in partenza. Se oltre alla leva del valore sociale del prodotto il commercio equo e solidale sarà sempre più capace di sviluppare e promuovere prodotti doc e caratteristici in grado di imporsi sul mercato internazionale la sfida sarà veramente vinta.

 

 

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