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 [fair]watch

 

[fair]watch, uno sguardo a volo radente sulle altre economie, sul mondo delle imprese, sulla finanza e sul mondo diverso possibile. Una redazione di professionisti della comunicazione ed esperti di economia sociale e solidale, a fianco di [fair] per costruire la sostenibilità.

Questo è l'archivio degli editoriali di febbraio 2007.
In questo spazio trovi i contributi che ogni settimana
[fair]watch richiede ad amici, compagni di strada.
Un modo per stimolare, sollecitare,rilanciare.
Un modo, equo e solidale, di fare politica.

 
 

 

 

 


di Miriam Giovanzana e Luca Martinelli
Altreconomia

Acqua in bottiglia: la pubblicità fuori legge

In Italia le acque minerali sono uno dei maggiori investitori pubblicitari, un protagonista assoluto del mercato: 379 milioni di euro spesi nel 2005 per convincerci a comperare “l’acqua da bere”.
Ma perché tanto sforzo? E da dove vengono tutti questi soldi? Non si investe così tanto, per esempio, per un altro bene di largo consumo, la benzina.
Il fatto è che la benzina non ha bisogno di essere pubblicizzata perché non ha alternative; l’acqua in bottiglia invece sì, ha un concorrente formidabile che è l’acqua degli acquedotti: buona (poche le eccezioni), controllata (più dell’acqua in bottiglia, come hanno dimostrato diverse inchieste), comoda (arriva in casa), e poco costosa.
Provate a pensarci: se le acque minerali non fossero sostenute da una pubblicità martellante, nessuno o pochi sentirebbero il bisogno di comperarle.

L’acqua come “bene comune” è uno dei temi di punta di chi, come noi e i lettori del nostro giornale, è attento agli stili di vita e ai consumi sostenibili.
Ma quella dell’acqua, di fronte a un’invadenza pubblicitaria capace persino di convincerci che “l’acqua fa dimagrire”, è una partita persa se non si cambiano le regole.
E infatti in vent’anni i consumi di acqua in bottiglia nel nostro Paese sono triplicati (e così le bottiglie di plastica, e i viaggi dei camion su e giù per il Paese, perché la Ferrarelle o la Boario mica l’imbottigliano sotto casa). Finirà che nessuno più berrà l’acqua del rubinetto.
Di fatto l’acqua in bottiglia fa concorrenza a un bene comune. Solo che le forze in campo sono impari: contro i 379 milioni di euro che l’industria spende per sostenere l’acqua in bottiglia, gli acquedotti non investono una lira per pubblicizzare il proprio servizio.
Che l’acqua minerale sia concorrente di quella del rubinetto l’ha riconosciuto anche l’Antitrust nel 2004 nel caso “Mineracqua contro Acea”. Senza pensare di ridurre la libertà di produrre e vendere acqua minerale, non si potrebbe invece legittamente pensare di limitarne l’invadenza pubblicitaria?
Il mercato pubblicitario conosce già alcuni limiti: non si può per esempio far pubblicità alle sigarette.
Si dirà: le sigarette fanno male.
D’accordo.
C’è però almeno un caso in cui non si può fare pubblicità di prodotti pur buoni: in quasi tutto il mondo è vietato promuovere latte in polvere per la prima infanzia (e ad altri prodotti di questo genere) perché fa concorrenza all’allattamento al seno che è riconosciuto come “un bene primario”.

Ma c’è dell’altro: i soliti noti fanno affari d’oro sulla dabbenaggine dei nostri consumi.
La maggior parte delle aziende del settore paga a Regioni e Comuni (proprietari dell’acqua che viene imbottigliata) soltanto un “canone di coltivazione”, in pratica l’affitto del terreno all’interno del quale si estrae l’acqua, che va da 1,04 euro per ettaro in Puglia a 123,95 nel Lazio; solo 6 Regioni prevedono un canone calcolato sulla quantità di acque effettivamente prelevata e imbottigliata.
Nestlé vende nel mondo 19 miliardi di litri d’acqua, in Italia è leader del mercato: in Trentino imbottiglia tra i 90 e i 110 milioni di litri d’acqua (“Pejo fonte alpina”) ma paga al Comune di Peio meno di 30 mila euro l’anno.
La Regione Toscana -dove si produce circa l’11% della minerale imbottigliata in Italia- si è dotata nel luglio 2004 di una legge (la 38/2004) che prevede il pagamento di un canone di concessione. Ma da due anni e mezzo manca il regolamento attuativo e intanto Panna e Uliveto (nel 2002, facevano l’83% di un fatturato complessivo -a livello regionale- di 225 milioni di euro) continuano a pagare 46 mila euro (la prima) e meno di 20 mila euro (la seconda). Uno scandalo.

Per difendere l’acqua degli acquedotti (buona, controllata, comoda e poco costosa) e garantirle un futuro forse è necessario limitare l’invadenza pubblicitaria delle acque minerali. “Mettiamola fuori legge. La pubblicità, non l’acqua minerale”. Voi che ne dite?

Per adesioni e informazioni: www.altreconomia.it/acqua 

 


di Antonio Onorati
Centro Internazionale Crocevia

Fagiolini dal Burkina.
Cargo, affari e delocalizzazione

Una quindicina di anni fa, quando – parlando dell’impatto negativo dell’aggiustamento strutturale sulla sicurezza alimentare dei paesi saheliani – si voleva dare un esempio facile da capire raccontavamo quello che ci aveva raccontato uno dei contadini con cui, nel nord ovest del Burkina, appunto, collaboravamo per avviare una produzione locale di sementi : “ci sono alcuni grossi intermediari che fanno produrre fagiolini in inverno da spedire in aereo a Parigi, in sostituzione delle nostre produzioni tradizionali da vendere sul mercato interno”. E li tutti a dare del neocolonialista alla GDO francese.

Ma in Italia adesso facciamo le cose alla grande, in un’azione concertata tra Governo nazionale, governo regionale toscana, Unione Europea (almeno così dicono le fonti d’informazione) e ONG, si organizza un modernissimo e “equo e solidale” ponte aereo per portare i fagiolini da Kongoussi – burkina allo scaffale di CoopItalia in 36 ore e – cosa sicuramente più importante - ad un prezzo di un euro più basso di quello della produzione italiana per ogni confezione da 750 grammi di fagiolini (dice sempre la CoopItalia), lieta delle facilità che gli sono state messe a disposizione, come un volo diretto Ouagadougou-Pisa e – immagino - una serie di rapide procedure di controllo. Niente di nuovo evidentemente. La GDO, attraverso quelli che in gergo si chiamano “contract farming”, cioè contratti di coltivazione con cui, oltre a importi il prezzo, ti si dice dove, come , quando e quanto produrre, compra i prodotti di controstagione nei PVS gia da decenni senza – evidentemente – che questo abbia aumentato la sicurezza alimentare degli agricoltori o tantomeno il reddito o “avviato le premesse per un vero e proprio sviluppo autoctono” come sostiene il presidente di CoopItalia.

Senza farla troppo lunga, rimandiamo alle valutazione già conosciute dell’impatto che le produzioni per l’esportazione (fagiolini, fragole, cipolle, pomodori, fagioli, etc) hanno come sostituzione di prodotti alimentari ed agricoli per il mercato locale ricordando giusto che nel Sahel dove piove poco, la fertilità è scarsa e le terre comunque limitate, questa sostituzioni aumentano in modo esponenziali i rischi di insicurezza alimentare. Un buon esempio di questo è il Kenya – uno dei più grandi paesi agricoli dell’Africa con ben altro potenziale produttivo che il Burkina - che pur avendo moltiplicato per 2 le sue esportazioni agricole negli ultimi 10 anni, ha moltiplicato per 4 le sue importazioni alimentari e conosciuto in tempi recenti vere e proprie forme di carestia e penuria alimentare. Per i poveri evidentemente.

Allora la vera novità sta nel tentativo – davvero insopportabile – di attribuire a questa semplice operazione commerciale di CoopItalia, che qualunque imprenditore può compiere legittimamente, un marchio come “TerraEqua” che echeggia giustizia sociale, solidarietà, equità e sostenibilità ecologica, trasformando questi valori in supporto pubblicitario a buon mercato (riduzione del costo dei servizi intermedi, si dice in gergo) e rendendo un pessimo servizio alla sovranità alimentare del Burkina Faso.
 


di Barbara Giangravé
Comitato Addio Pizzo - Palermo

A Palermo alcuni commercianti dicono: “Addio pizzo!”
Nato nel capoluogo siciliano due anni e mezzo fa, il Comitato Addiopizzo è una piccola “organizzazione non riconosciuta” che ha raccolto intorno a sé l’attenzione di quasi 8500 cittadini-consumatori disposti a sostenere con i propri acquisti la lista di oltre 160 commercianti pizzo-free

Quella serata di inizio estate del 2004, quando sette amici chiacchieravano seduti al tavolo di un pub, nessuno avrebbe immaginato che era l’inizio della svolta. S’interrogavano sulla possibilità di aprire un locale, ma quando uno di loro chiese: “E quando ci verranno a chiedere il pizzo, che faremo?”, piombarono nuovamente nella loro realtà. Nessuno seppe dare una risposta e il locale non venne mai aperto. Al suo posto, però, nacquero una frase e un’idea. “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” pensarono i ragazzi, e decisero di stampare tante copie di quella verità su centinaia di fogli adesivi che sarebbero stati affissi per le strade. Dal primo attacchinaggio, svoltosi la notte tra il 28 e il 29 giugno 2004, all’interessamento di giornali e telegiornali il passo fu breve. Anche le istituzioni si domandarono chi potessero essere gli autori del gesto. Fu sufficiente una loro lettera pubblicata su un giornale per spiegarlo. La missiva si concludeva così: “Siamo uomini e donne abbastanza normali, cioè ribelli, differenti, scomodi, sognatori”. E non ci volle molto prima che quei sette sognatori diventassero dieci, venti, trenta. Trascorsa la prima estate, abbiamo conosciuto Pina Maisano, la vedova di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso a Palermo nel 1991 per aver osato dire: “No!” ai suoi estorsori. Trascorsi altri mesi e arrivato Natale, abbiamo cominciato a discutere l’idea di applicare il consumo critico al fenomeno del racket, di dare una forma e un nome alla campagna: “Contro il pizzo, cambia i consumi”. Ma che fare? Raccogliere tante firme, almeno 3000, e farlo sottobanco, spiegando a familiari, amici e conoscenti di cosa si trattasse e chiedendo loro di mantenere il riserbo. Così, il 20 maggio 2005 il Giornale di Sicilia pubblicava le prime 3500 firme di cittadini-consumatori disposti a premiare con i propri consumi la scelta di dire “No!” agli estorsori. Sempre in quella data, il Comitato Addiopizzo realizzava la sua prima conferenza stampa, nel corso della quale, oltre a presentare l’iniziativa, presentava se stesso alla città. Avevamo due numeri telefonici per parlare con i commercianti e speravamo che squillassero in continuazione, ma così non fu. Andammo a cercarli porta a porta durante tutto il nostro secondo anno di attività e ci fermammo quando arrivammo a 100 commercianti “pizzo-free”. La loro adesione fu sancita da un’audizione, un colloquio con la nostra commissione di garanzia, presieduta da Pina Grassi e composta da professionisti del settore, soprattutto avvocati che spesso avevano avuto a che fare con reati di estorsione. Anche i commercianti, inoltre, come i cittadini-consumatori, dovevano firmare un modulo: era il loro atto d’impegno a non pagare quella tassa alla mafia e a rispettare la legalità in tutte le sue forme. Fummo pronti a realizzare la seconda conferenza stampa, il 2 maggio 2006. Si trattava di una conferenza stampa nazionale però, durante la quale consegnammo la lista ai mezzi d’informazione affinché venisse diffusa il più possibile. Trascorsero altri tre giorni, e il 5 maggio fummo pronti a organizzare la prima edizione della “Giornata pizzo-free”, alla Kalsa. I nostri commercianti e tutti i cittadini-consumatori, che nel frattempo erano diventati più di 7000, s’incontravano per la prima volta. E adesso, anche se i riflettori si sono spenti, noi siamo ancora qui: con i nostri modi differenti di vedere le cose, con i nostri scontri quotidiani, ma con un unico obiettivo comune: costringere Cosa Nostra a battere in ritirata sul fronte del racket delle estorsioni. I cittadini-consumatori sono quasi 8500. I commercianti della lista viaggiano verso quota 200: anche se sul nostro sito – www.addiopizzo.org – ne sono visibili 164 al momento, le audizioni proseguono.

 

 

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