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di Miriam Giovanzana e
Luca Martinelli
Altreconomia
Acqua in bottiglia: la pubblicità
fuori legge
In Italia le acque minerali sono uno
dei maggiori investitori pubblicitari, un protagonista assoluto del
mercato: 379 milioni di euro spesi nel 2005 per convincerci a comperare
“l’acqua da bere”.
Ma perché tanto sforzo? E da dove vengono tutti questi soldi? Non si
investe così tanto, per esempio, per un altro bene di largo consumo, la
benzina.
Il fatto è che la benzina non ha bisogno di essere pubblicizzata perché
non ha alternative; l’acqua in bottiglia invece sì, ha un concorrente
formidabile che è l’acqua degli acquedotti: buona (poche le eccezioni),
controllata (più dell’acqua in bottiglia, come hanno dimostrato diverse
inchieste), comoda (arriva in casa), e poco costosa.
Provate a pensarci: se le acque minerali non fossero sostenute da una
pubblicità martellante, nessuno o pochi sentirebbero il bisogno di
comperarle.
L’acqua come “bene comune” è uno dei temi di punta di chi, come noi e i
lettori del nostro giornale, è attento agli stili di vita e ai consumi
sostenibili.
Ma quella dell’acqua, di fronte a un’invadenza pubblicitaria capace
persino di convincerci che “l’acqua fa dimagrire”, è una partita persa
se non si cambiano le regole.
E infatti in vent’anni i consumi di acqua in bottiglia nel nostro Paese
sono triplicati (e così le bottiglie di plastica, e i viaggi dei camion
su e giù per il Paese, perché la Ferrarelle o la Boario mica
l’imbottigliano sotto casa). Finirà che nessuno più berrà l’acqua del
rubinetto.
Di fatto l’acqua in bottiglia fa concorrenza a un bene comune. Solo che
le forze in campo sono impari: contro i 379 milioni di euro che
l’industria spende per sostenere l’acqua in bottiglia, gli acquedotti
non investono una lira per pubblicizzare il proprio servizio.
Che l’acqua minerale sia concorrente di quella del rubinetto l’ha
riconosciuto anche l’Antitrust nel 2004 nel caso “Mineracqua contro Acea”.
Senza pensare di ridurre la libertà di produrre e vendere acqua
minerale, non si potrebbe invece legittamente pensare di limitarne
l’invadenza pubblicitaria?
Il mercato pubblicitario conosce già alcuni limiti: non si può per
esempio far pubblicità alle sigarette.
Si dirà: le sigarette fanno male.
D’accordo.
C’è però almeno un caso in cui non si può fare pubblicità di prodotti
pur buoni: in quasi tutto il mondo è vietato promuovere latte in polvere
per la prima infanzia (e ad altri prodotti di questo genere) perché fa
concorrenza all’allattamento al seno che è riconosciuto come “un bene
primario”.
Ma c’è dell’altro: i soliti noti fanno affari d’oro sulla dabbenaggine
dei nostri consumi.
La maggior parte delle aziende del settore paga a Regioni e Comuni
(proprietari dell’acqua che viene imbottigliata) soltanto un “canone di
coltivazione”, in pratica l’affitto del terreno all’interno del quale si
estrae l’acqua, che va da 1,04 euro per ettaro in Puglia a 123,95 nel
Lazio; solo 6 Regioni prevedono un canone calcolato sulla quantità di
acque effettivamente prelevata e imbottigliata.
Nestlé vende nel mondo 19 miliardi di litri d’acqua, in Italia è leader
del mercato: in Trentino imbottiglia tra i 90 e i 110 milioni di litri
d’acqua (“Pejo fonte alpina”) ma paga al Comune di Peio meno di 30 mila
euro l’anno.
La Regione Toscana -dove si produce circa l’11% della minerale
imbottigliata in Italia- si è dotata nel luglio 2004 di una legge (la
38/2004) che prevede il pagamento di un canone di concessione. Ma da due
anni e mezzo manca il regolamento attuativo e intanto Panna e Uliveto
(nel 2002, facevano l’83% di un fatturato complessivo -a livello
regionale- di 225 milioni di euro) continuano a pagare 46 mila euro (la
prima) e meno di 20 mila euro (la seconda). Uno scandalo.
Per difendere l’acqua degli acquedotti (buona, controllata, comoda e
poco costosa) e garantirle un futuro forse è necessario limitare
l’invadenza pubblicitaria delle acque minerali. “Mettiamola fuori legge.
La pubblicità, non l’acqua minerale”. Voi che ne dite?
Per adesioni e informazioni:
www.altreconomia.it/acqua

di Antonio Onorati
Centro Internazionale Crocevia
Fagiolini dal Burkina.
Cargo, affari e delocalizzazione
Una quindicina di anni fa, quando –
parlando dell’impatto negativo dell’aggiustamento strutturale sulla
sicurezza alimentare dei paesi saheliani – si voleva dare un esempio
facile da capire raccontavamo quello che ci aveva raccontato uno dei
contadini con cui, nel nord ovest del Burkina, appunto, collaboravamo
per avviare una produzione locale di sementi : “ci sono alcuni grossi
intermediari che fanno produrre fagiolini in inverno da spedire in aereo
a Parigi, in sostituzione delle nostre produzioni tradizionali da
vendere sul mercato interno”. E li tutti a dare del neocolonialista alla
GDO francese.
Ma in Italia adesso facciamo le cose alla grande, in un’azione
concertata tra Governo nazionale, governo regionale toscana, Unione
Europea (almeno così dicono le fonti d’informazione) e ONG, si organizza
un modernissimo e “equo e solidale” ponte aereo per portare i fagiolini
da Kongoussi – burkina allo scaffale di CoopItalia in 36 ore e – cosa
sicuramente più importante - ad un prezzo di un euro più basso di quello
della produzione italiana per ogni confezione da 750 grammi di fagiolini
(dice sempre la CoopItalia), lieta delle facilità che gli sono state
messe a disposizione, come un volo diretto Ouagadougou-Pisa e – immagino
- una serie di rapide procedure di controllo. Niente di nuovo
evidentemente. La GDO, attraverso quelli che in gergo si chiamano
“contract farming”, cioè contratti di coltivazione con cui, oltre a
importi il prezzo, ti si dice dove, come , quando e quanto produrre,
compra i prodotti di controstagione nei PVS gia da decenni senza –
evidentemente – che questo abbia aumentato la sicurezza alimentare degli
agricoltori o tantomeno il reddito o “avviato le premesse per un vero e
proprio sviluppo autoctono” come sostiene il presidente di CoopItalia.
Senza farla troppo lunga, rimandiamo alle valutazione già conosciute
dell’impatto che le produzioni per l’esportazione (fagiolini, fragole,
cipolle, pomodori, fagioli, etc) hanno come sostituzione di prodotti
alimentari ed agricoli per il mercato locale ricordando giusto che nel
Sahel dove piove poco, la fertilità è scarsa e le terre comunque
limitate, questa sostituzioni aumentano in modo esponenziali i rischi di
insicurezza alimentare. Un buon esempio di questo è il Kenya – uno dei
più grandi paesi agricoli dell’Africa con ben altro potenziale
produttivo che il Burkina - che pur avendo moltiplicato per 2 le sue
esportazioni agricole negli ultimi 10 anni, ha moltiplicato per 4 le sue
importazioni alimentari e conosciuto in tempi recenti vere e proprie
forme di carestia e penuria alimentare. Per i poveri evidentemente.
Allora la vera novità sta nel tentativo – davvero insopportabile – di
attribuire a questa semplice operazione commerciale di CoopItalia, che
qualunque imprenditore può compiere legittimamente, un marchio come
“TerraEqua” che echeggia giustizia sociale, solidarietà, equità e
sostenibilità ecologica, trasformando questi valori in supporto
pubblicitario a buon mercato (riduzione del costo dei servizi intermedi,
si dice in gergo) e rendendo un pessimo servizio alla sovranità
alimentare del Burkina Faso.

di Barbara Giangravé
Comitato Addio Pizzo - Palermo
A Palermo alcuni commercianti
dicono: “Addio pizzo!”
Nato nel capoluogo siciliano due anni e mezzo fa, il
Comitato Addiopizzo è una piccola “organizzazione non riconosciuta” che
ha raccolto intorno a sé l’attenzione di quasi 8500
cittadini-consumatori disposti a sostenere con i propri acquisti la
lista di oltre 160 commercianti pizzo-free
Quella serata di inizio estate del
2004, quando sette amici chiacchieravano seduti al tavolo di un pub,
nessuno avrebbe immaginato che era l’inizio della svolta.
S’interrogavano sulla possibilità di aprire un locale, ma quando uno di
loro chiese: “E quando ci verranno a chiedere il pizzo, che faremo?”,
piombarono nuovamente nella loro realtà. Nessuno seppe dare una risposta
e il locale non venne mai aperto. Al suo posto, però, nacquero una frase
e un’idea. “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza
dignità” pensarono i ragazzi, e decisero di stampare tante copie di
quella verità su centinaia di fogli adesivi che sarebbero stati affissi
per le strade. Dal primo attacchinaggio, svoltosi la notte tra il 28 e
il 29 giugno 2004, all’interessamento di giornali e telegiornali il
passo fu breve. Anche le istituzioni si domandarono chi potessero essere
gli autori del gesto. Fu sufficiente una loro lettera pubblicata su un
giornale per spiegarlo. La missiva si concludeva così: “Siamo uomini e
donne abbastanza normali, cioè ribelli, differenti, scomodi, sognatori”.
E non ci volle molto prima che quei sette sognatori diventassero dieci,
venti, trenta. Trascorsa la prima estate, abbiamo conosciuto Pina
Maisano, la vedova di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso a Palermo nel
1991 per aver osato dire: “No!” ai suoi estorsori. Trascorsi altri mesi
e arrivato Natale, abbiamo cominciato a discutere l’idea di applicare il
consumo critico al fenomeno del racket, di dare una forma e un nome alla
campagna: “Contro il pizzo, cambia i consumi”. Ma che fare? Raccogliere
tante firme, almeno 3000, e farlo sottobanco, spiegando a familiari,
amici e conoscenti di cosa si trattasse e chiedendo loro di mantenere il
riserbo. Così, il 20 maggio 2005 il Giornale di Sicilia pubblicava le
prime 3500 firme di cittadini-consumatori disposti a premiare con i
propri consumi la scelta di dire “No!” agli estorsori. Sempre in quella
data, il Comitato Addiopizzo realizzava la sua prima conferenza stampa,
nel corso della quale, oltre a presentare l’iniziativa, presentava se
stesso alla città. Avevamo due numeri telefonici per parlare con i
commercianti e speravamo che squillassero in continuazione, ma così non
fu. Andammo a cercarli porta a porta durante tutto il nostro secondo
anno di attività e ci fermammo quando arrivammo a 100 commercianti “pizzo-free”.
La loro adesione fu sancita da un’audizione, un colloquio con la nostra
commissione di garanzia, presieduta da Pina Grassi e composta da
professionisti del settore, soprattutto avvocati che spesso avevano
avuto a che fare con reati di estorsione. Anche i commercianti, inoltre,
come i cittadini-consumatori, dovevano firmare un modulo: era il loro
atto d’impegno a non pagare quella tassa alla mafia e a rispettare la
legalità in tutte le sue forme. Fummo pronti a realizzare la seconda
conferenza stampa, il 2 maggio 2006. Si trattava di una conferenza
stampa nazionale però, durante la quale consegnammo la lista ai mezzi
d’informazione affinché venisse diffusa il più possibile. Trascorsero
altri tre giorni, e il 5 maggio fummo pronti a organizzare la prima
edizione della “Giornata pizzo-free”, alla Kalsa. I nostri commercianti
e tutti i cittadini-consumatori, che nel frattempo erano diventati più
di 7000, s’incontravano per la prima volta. E adesso, anche se i
riflettori si sono spenti, noi siamo ancora qui: con i nostri modi
differenti di vedere le cose, con i nostri scontri quotidiani, ma con un
unico obiettivo comune: costringere Cosa Nostra a battere in ritirata
sul fronte del racket delle estorsioni. I cittadini-consumatori sono
quasi 8500. I commercianti della lista viaggiano verso quota 200: anche
se sul nostro sito –
www.addiopizzo.org – ne sono visibili 164 al momento, le audizioni
proseguono.
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