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di
Alberto Zoratti
Vicepresidente Agices e consulente Fair
Economist e Commercio equo
A volte può accadere. La motivazione
che ci induce a dimostrare le nostre tesi ci può portare a sottostimare
elementi, ad accantonare criticità. Può succedere allo sperimentatore
più rigoroso, anche nelle scienze esatte, figuriamoci in quelle
discipline come l’economia, sempre a cavallo tra la matematica e la
condizione reale delle persone.
Che potesse succedere anche all’Economist in realtà non era cosa da
mettere la mano sul fuoco, vista l’autorevolezza più che meritata del
settimanale britannico; c’è da dire che l’ultimo 7 dicembre, l’inchiesta
dal titolo “Voting with your trolley” è al limite della scivolata:
biologico, commercio equo e produzioni locali tutti assieme sul banco
degli imputati, con un’accusa a metà tra l’incompetenza e la truffa, per
dimostrare che le dinamiche del mercato devono essere lasciate a loro
stesse, che al biologico è meglio un utilizzo ragionevole dei pesticidi
e che i prodotti locali sono meno freschi dei fagiolini del Kenya
importati in Gran Bretagna. Troppo, per essere considerata un’inchiesta
obiettiva. Troppo e male, se consideriamo che le argomentazioni addotte,
in particolare sul commercio equo e solidale, lasciano una sensazione di
incompletezza.
Nei fatti il Fair Trade altro non sarebbe che una forma di sussidio, che
impedirebbe lo sviluppo dei mercati, la consapevolezza dei produttori,
inducendoli a produrre in forma inefficiente e alla lunga nociva per il
loro stesso benessere. Se non ci fosse il Fair Trade premium, dice l’Economist,
i produttori potrebbero diversificare le produzioni, perché
disincentivati a procedere con le coltivazioni tradizionali visti i
bassi prezzi (segnale incontrovertibile di eccesso di offerta o di
inefficienza delle produzioni). Secondo certe scuole economiche del
terzo millennio, è ancora in voga la convinzione oramai diventata
leggenda secondo cui gli operatori del mercato (leggi in questo caso i
produttori) sarebbero da intendere come soggetti capaci di scelte
razionali, basate sul raggiungimento del massimo profitto per sé.
Peccato che basterebbe parlare con un piccolo produttore (del nord come
del sud) per capire che al soggetto economico razionale si sostituisce
una persona con preoccupazioni e difficoltà, spesso senza possibilità di
accesso alle informazioni per lui utili. E che alla diversificazione
guarda ma solo con speranza, visto che per riconvertire sono necessarie
risorse spesso non accessibili (ad esempio grazie alle grandi
ristrutturazioni economiche degli anni ‘80/’90). Risorse che troppo
spesso sono fornite proprio dai circuiti equosolidali, che permettono la
diversificazione, e gli esempi non mancano. A differenza dei produttori
convenzionali che del premium price non vedono neanche l’ombra, che
percepiscono il minimo indispensabile per morire di fame dalle grandi
catene della distribuzione, e che la diversificazione la guardano con
terrore, visto che potrebbe essere un salto nel vuoto.
E che dire delle accuse di basse paghe ai produttori? Che ci sarebbe
bisogno di esempi circostanziati e chiari, che bisognerebbe mostrare
anche le migliaia di esperienze positive ed efficaci. Senza chiederle
necessariamente ad un’organizzazione, ma andando diretti in qualche
università dove le ricerche sul settore stanno cominciando a
moltiplicarsi.
E che sarebbe necessario chiarire una volta per tutte il ruolo delle
grandi multinazionali nel commercio equo, capirne l’impatto e non solo
sul loro marketing e sulla capacità che diamo loro di disarmare le
campagne della società civile che chiedono maggiore trasparenza e
giustizia sociale, ma anche sui piccoli produttori e sulla catena di
trasformazione del prodotto.
Potrebbe essere venuto il momento, oggi più che mai, di uscire dalla
nicchia, non solo e non tanto commerciale, quanto culturale in cui
alcuni vogliono rinchiuderci. L’equo e solidale, soprattutto quello
italiano, ha molto da comunicare in termini di pratiche concrete,
positive ed efficaci. C’è bisogno di un passo in avanti, un passo in
più, per spiegare una volta per tutte in maniera chiara ed
inequivocabile cosa il commercio equo italiano è stato in grado di
costruire fino ad oggi.
Per la traduzione del testo clicca “ultime notizie” su www.faircoop.it/fairwatch.htm
e vai alle news del 12 dicembre

di
Marco Gallicani
Finanza Etica: apriamo spazi di
confronto
Si è acceso nelle settimane scorse -
a Roma come a Padova, nei discorsi diffusi come sul blog www.finansol.it
- il dibattito sulla partecipazione dei soci alla vita (imprenditoriale
e culturale) di Banca Etica; succede in tutte le cooperative -anche se
lo viviamo solo in quelle che ci appassionano di più - che le tante
componenti della base progettino le linee strategiche della loro impresa
e a volte dissentano da quelle proposte dal Consiglio di Amministrazione
lamentando i limiti della loro efficacia.
Già durante l’ultima assemblea di Bari alcune note si erano distinte dal
coro plaudente, e nei giorni successivi parecchi convennero con chi
aveva osato (il termine non suoni provocatorio, descrive solo quanto
accadde) far notare che la partecipazione al 2% non poteva
accontentarci, che la certificazione SA8000 era un timbro buono
soprattutto per chi non conosce il nostro approccio alla materia, che il
denaro che i risparmiatori depositano doveva essere inteso come leva per
una rivoluzione della filiera economica ormai improcrastinabile, che il
rapporto col socio era il tratto distintivo della nostra impresa
rispetto alle mille altre che si dedicano al “cause related marketing”.
Niente di nuovo, è quello che ci hanno insegnato gli attuali dirigenti
quando ancora la base sociale non raggiungeva le dimensioni di una
cittadina di provincia. Forse nuove sono le motivazioni, e quindi ci
dedico un paio di righe in più: per una struttura di finanza etica la
cura della trasparenza e della partecipazione devono rappresentare il
punto di partenza, non tanto - o forse non solo - per il loro valore
morale, quanto perché solo questi due elementi permettono l’esistenza di
quella cultura dell’economia solidale che gemma nella finanza etica.
Sono la premessa, non qualcosa in più. Permettono lo sviluppo armonico
del percorso, valorizzandone persino gli errori, estendendone le
potenzialità.
Per Banca Etica questo è il momento di coltivare il contributo di tutti
con particolare insistenza perché tra pochi mesi questa stessa base
sociale sarà chiamata a rinnovare il proprio Consiglio di
Amministrazione, in un momento cruciale per la vita della banca, della
società civile organizzata e della nazione (economicamente intesa).
Dopo anni in cui abbiamo tutti insieme dimostrato che un’impresa
dedicata solo ed esclusivamente alla finanza etica può restare sul
mercato in modo efficace ed efficiente, il settore bancario tradizionale
ha capito che anziché contrastare la crescita di queste strutture - così
radicalmente differenti dalla propria natura speculativa - è molto più
conveniente crearne di nuove, dotarle (grazie agli sproporzionati utili
a cui ci hanno abituato in questi ultimissimi anni) di un capitale di
base semplicemente impensabile per qualsiasi iniziativa pubblica (o
popolare) e poi alimentarle con le speranze e le illusioni che le
campagne di marketing saranno in grado di attirare.
Non si preoccuperanno dell’incoerenza tra questo approccio (che noi
orgogliosamente chiamiamo finanza etica) e la natura dei loro obiettivi,
dei loro strumenti e delle loro politiche per il personale ed i clienti.
Non si preoccuperanno della bruciante ironia che sostiene i loro bilanci
sociali, buoni solo per essere sfogliati in un ufficio in zona
centralissima, così come non verranno presi dal rimorso per non aver
saputo coltivare una consapevolezza collettiva sull’uso del denaro e del
risparmio (quando non del credito), ma al contrario di aver foraggiato
squadroni di avvocati che preventivamente - e nei tribunali poi -
studiassero e difendessero i limiti della deontologia per restare appena
un passo al di qua del legale e riuscire a dire comunque sempre il meno
possibile.
Chi si preoccuperà quindi di arginare l’asimmetria informativa, la
forzosa (e artificiosamente stimolata) promozione dell’indebitamento che
viene portato spesso ben oltre le capacità di produzione del reddito dei
singoli, chi informerà i cittadini delle esternalità negative
sull’ambiente e sulle piccole economie locali che questo modo
d’intendere l’economia comporta inevitabilmente?
È normale attendersi che lo faccia il movimento della finanza etica, è
normale attendersi che la più grande e visibile struttura di questo
movimento si senta investita da una particolare responsabilità. Perchè
se non lo fa Banca Etica chi può farlo? Se non lo fa adesso quando lo
farà? Quando ormai il nostro sarà solo un marchio come tanti nella selva
di tutte le strutture eque, sociali, responsabili?
È quindi atteggiamento massimamente costruttivo affermare che il
prossimo dev’essere il Consiglio di Amministrazione più competente, più
appassionato, più determinato e più impegnativo che la nostra banca
abbia mai avuto. Dovrà governare una squadra operativa che aumenta in
numeri e complessità, dovrà allacciare vere alleanze con la società
civile organizzata che in questi anni si è - almeno un po’ ammettiamolo
- allontanata, quando non anche dall’idea comunque dalla frequentazione
quotidiana, dovrà approfondire il significato di etica e responsabilità
in un contesto in cui le parole perdono continui pezzi del loro
significato e dovrà far sapere a chi ancora non ci conosce che esiste
una banca che può raccogliere il loro denaro senza considerarlo solo
come una parte del budget, che lo gestisce senza acrobazie da paradiso
fiscale e sperimenta innovazioni imprenditoriali che dimostrano la
validità delle nostre “idee eretiche”.
Perché non lo costruiamo insieme, noi soci, la banca e i gruppi
d’iniziativa territoriale? Organizziamo tante conferenze, almeno una per
ogni regione, per valorizzare ciò che ogni piccola località può
esprimere, tante riunioni per capire cosa possono fare i soci fondatori,
le aree e le tantissime organizzazioni della poliedrica società civile
italiana, coordiniamole tra di loro perché si sviluppi una mutualità
vera, un processo “open source” per cui le conquiste dell’una siano
comprese dall’altra, contribuiamo ad uno spirito “primario” cui i
(tanti) candidati possano rifarsi.
E portiamo a Padova, nel Maggio del 2007, tantissimi soci, tutti
consapevole del loro importantissimo ruolo e della loro straordinaria
responsabilità, perché non è affatto vero che questo è l’unico modo (e
mondo) possibile.
Finansol, che è solo un blog, ma che è espressione genuina d’una
crescente parte di soci, è disponibile a dare una mano.
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