La Redazione
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 [fair]watch

 

[fair]watch, uno sguardo a volo radente sulle altre economie, sul mondo delle imprese, sulla finanza e sul mondo diverso possibile. Una redazione di professionisti della comunicazione ed esperti di economia sociale e solidale, a fianco di [fair] per costruire la sostenibilità.

Questo è l'archivio degli editoriali del mese di aprile 2006.
In questo spazio trovi i contributi che in aprile
[fair]watch ha richiesto ad amici, compagni di strada.
 
 

 


di Antonio Tricarico - CRBM/Mani Tese
settimana dal 26 aprile al 2 maggio

Il fondo della globalizzazione

Immediatamente dopo la storica visita del Presidente cinese Hu Juntao negli Stati Uniti, ossessionati dalla paura di non essere più l’unica super-potenza mondiale, si sono svolti gli incontri di primavera della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Puntuale è arrivata l’esortazione del G7 finanziario alle istituzioni finanziarie a liberare più risorse petrolifere sui mercati mondiali per abbassare il prezzo del petrolio, ad abbozzare timidamente la necessità di un “aggiustamento strutturale” dell’economia Usa, rigettata da copione dalla Casa Bianca, ed a spingere la Cina a rivalutare la propria moneta concentrandosi sul mercato interno e non sull’export per favorire la riduzione dell’enorme deficit commerciale Usa. Un richiamo che espone la crisi senza ritorno in cui versa il liberismo, vista però l’ossessione a tutt’oggi della Banca mondiale e del Fmi di imporre ai paesi più poveri un modello di crescita economica fallimentare perché centrata essenzialmente sulle esportazioni.
Ancora una volta l’agenda degli incontri ha espresso la necessità per le istituzioni di Bretton Woods di reinventarsi per sopravvivere ad un mondo in rapida trasformazione nella geografia economica e politica, senza però rimettere in discussione le assunzioni della globalizzazione liberista. Si promette che ad alcuni, ma non tutti, i paesi emergenti entro l’anno saranno date maggiori quote di potere nel Fondo, ma si rinuncia a cambiare radicalmente le funzioni e le politiche del custode della globalizzazione liberista. Sul fronte della Banca il “falco” Wolfowitz continua la sua crociata anti-corruzione contro solo alcuni dei governi presunti corrotti del Sud – non importanti per la geopolitica americana – rifiutandosi però di cancellare totalmente i debiti odiosi generati da decenni di prestiti della Banca a dittatori corrotti e ben noti. Infine, il nuovo piano per “l’energia pulita e lo sviluppo” della Banca che in maniera anacronistica chiede investimenti in centrali a “carbone pulito” e mega-progetti di estrazione di gas naturale e addirittura apre all’opzione nucleare, qualcosa che la Banca non ha mai finanziato. Una chiara restaurazione energetica globale dettata dagli interessi energetici del G8, inclusa la poco democratica Russia, che a luglio ospiterà il summit di un gruppo sempre più offensivo perché apertamente delegittimato dalla storia.
 

 


di Roberto Cuda
settimana dall'19 al 25 aprile

La politica la fanno le borse

In questi giorni l’Islanda è al centro delle cronache finanziarie di tutto il mondo. Chi l’avrebbe detto. Un’isola che fino agli anni 80 si basava su un’economia quasi socialista, dove lo Stato controllava gran parte delle imprese e del sistema finanziario. Poi sono arrivati 20 anni di liberalizzazioni e privatizzazioni selvagge e allora il paese è diventato il regno dei “carry trader”, speculatori che prendono a prestito il denaro dove i tassi sono bassi e lo investono dove rende molto, in Islanda appunto. Così l’economia è cresciuta e sono raddoppiati i prezzi delle case, mentre la banca centrale teneva alti i tassi di interesse per non far scappare i capitali. Poi come sempre accade il meccanismo si è inceppato. Il paese acquistava troppo dall’estero e la bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni) è andata in passivo. In questi casi il rischio è la svalutazione della moneta, perché tutti comprano valute straniere per pagare le merci acquistate. Ecco che allora i “carry trader” non hanno perso tempo e hanno cominciato a vendere tutto quello che possedevano in corone islandesi prima che fosse troppo tardi, anche perché nel frattempo conveniva investire altrove. Ma le vendite massicce non fanno che anticipare il crollo della moneta e questo per la gente significa inflazione e disoccupazione. E siamo ai giorni nostri. La stessa sorte toccherà probabilmente a Ungheria e Nuova Zelanda.

La situazione non è allegra, ma purtroppo non c’è nulla di nuovo. Negli ultimi 15 anni abbiamo avuto oltre 100 crisi finanziarie, alcune drammatiche. Ogni giorno sopra le nostre teste vengono scambiati 2 mila miliardi di dollari in transazioni finanziarie e il 95% di queste sono di natura speculativa. Banche, assicurazioni e fondi comuni comprano e vendono azioni, obbligazioni e monete centinaia di volte in pochi minuti, per guadagnare sulle differenze di cambio e sulle oscillazioni di borsa. Nulla di anormale, se non fosse che questo condiziona pesantemente le politiche economiche degli stati. E’ triste a dirsi, ma i governi giudicano le proprie politiche sempre meno dal benessere dei cittadini e sempre più dall’indice di Borsa. Lo abbiamo visto anche in Italia. Basta accennare a una diversa tassazione sulle plusvalenze finanziarie per scatenare mille ipotesi sulle fughe di capitali. Ci sono paesi dove le leggi finanziarie vengono scritte direttamente dal Fondo Monetario Internazionale, per non tradire le “aspettative” del mercato. Impossibile qualunque politica fiscale equa, qualunque legge sul lavoro o sul rispetto dell’ambiente. Ai mercati non piace. Senza contare gli effetti nefasti sui lavoratori delle imprese quotate. La politica la fanno loro, le borse, dopo decenni di faticose conquiste democratiche. E’ un gioco dal quale non si esce, se non arginando pesantemente il sistema finanziario con una nuova governance globale, capace di riportare la sovranità nelle sedi democratiche. Ma si può partire anche dal basso e forse la società civile si è occupata troppo poco di finanza. Il quelle banche e in quei fondi comuni di investimento ci sono i nostri soldi. Alimentare questo sistema finanziario non è un buon affare, se non per un pugno di speculatori. Ci pensiamo?
 

 


di Deborah Lucchetti
settimana dall'11 al 18 aprile

Vite in bilico

Appena uscita dalla bagarre elettorale e ancora lievemente tramortita dalla strana notte dell’ 11 aprile, mi porto a casa una sensazione generale non chiara, che definirei sentirsi in bilico. Ci si sente in bilico quando non si sa come va a finire, quando si ha paura di non farcela, quando si corre sul filo e sotto non c’è la rete, quando si deve stare al gioco anche se non si hanno le forze, quando il senso di incertezza è forte e non si sa su chi fare affidamento.
L’Italia è spaccata in due, il centro-destra delle libertà per pochi e il centro-sinistra delle flessibilità temperate, il profondo nord che produce e spinge per il “tutti contro tutti” e il resto del paese che frena perchè ancora disposto, forse, a ragionare di una cassa comune dove la spesa si fa per tutti.
L’11 Aprile ci siamo svegliati tutti un pò confusi, con quel senso di incertezza addosso che fa stare poco tranquilli. L’11Aprile era anche l’anniversario della morte di 64 persone, in maggioranza donne, tragicamente scomparse all’una di notte di un anno fa, mentre cucivano abiti per i nostri grandi magazzini; giovani donne e uomini che hanno smesso di esistere quando il palazzo di nove piani dove lavoravano senza autorizzazione è crollato, imploso sotto il peso delle macchine troppo pesanti per la struttura costruita senza il rispetto degli standard minimi di sicurezza. Si può lavorare in queste condizioni solo per disperazione, solo se l’alternativa è peggio del rischio potenziale eppure così vicino, sperando che non capiti proprio a te. Mentre milioni di giovani donne e uomini rischiano la vita per una tazza di riso e passano 12 ore al giorno a cucire vestiti che non potranno mai permettersi, milioni di altri uomini e donne fanno la fila nei grandi magazzini e si battono per accumulare punti fedeltà che li aiuteranno ad arrivare a fine mese. L’aumento sensibile del credito al consumo anche per i consumi più quotidiani, ha fatto drizzare le orecchie ai giganti della grande distribuzione che le studiano tutte per facilitare le vendite e fidelizzare i clienti. Carrefour, per esempio, si è inventata la promozione “100% gratuito”, per cui ogni giorno sarà possibile qui da noi, trovare su diversi giornali buoni validi per alcuni prodotti gratuiti, alimentari e non, da presentare in giornata nel centro più vicino. Forse tra quei prodotti si potrà trovare una camicetta cucita in Bangladesh, magari da qualche operaia bambina durante il turno di notte non autorizzato, in una delle tante fabbriche con le uscite bloccate dalle scatole dove è così facile prendere fuoco.
Se saremo fortunati, quella camicetta pagata una tazza di riso, l’avremo in regalo; quando ci si sente in bilico e si vive una vita a credito, anche la carità pelosa può fare comodo.
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di Alberto Castagnola
settimana dal 3 al 10 aprile

Basterebbe poco

In realtà questo scritto dovrebbe iniziare con le parole di M.L.King, “Ho avuto un sogno…”, ma è meglio proiettarsi in un futuro meno onirico e molto concreto, non possiamo più permetterci di perdere tempo, come persone e come umanità, stiamo coltivando dei rischi di estrema pericolosità che devono invece essere eliminati subito.
Un nuovo governo deve poter effettuare qualche esperimento, qualche innovazione, darebbe una trista o noiosa immagine dei partiti vincitori se si limitasse a cancellare gli errori del regime precedente o a imporre soluzioni drastiche a problemi atavici senza modificare in alcun punto la sua filosofia. 
E allora proviamo a delineare qualche prospettiva che possa piacevolmente sorprendere la popolazione (o magari anche gli stessi militanti dei partiti), che non richiede di rinunciare alle immagini del mondo fideisticamente sostenute e che soprattutto possono dare dei risultati immediati, anche nei primi mesi del “nuovo corso” annunciato nei programmi elettorali.
Se vogliamo migliorare sensibilmente le aspettative occupazionali dei giovani precari, si potrebbe lanciare un pacchetto di misure volte a moltiplicare le occasioni di lavoro regolarmente retribuito in settori di alto interesse pubblico. La tutela ambientale e le energie alternative presentano un massimo di urgenze e di potenzialità e soprattutto offrono sia lavori manuali che impegni qualificati o di ricerca. Garantire forza lavoro non a loro carico a parchi nazionali, oasi, zone di rispetto; agevolare laboratori di studio e di ricerca sulle risorse naturali; sostenere officine per la produzione e il montaggio di pannelli solari; dare contributi per una formazione specifica e qualificata di giovani italiani e immigrati in forma di apprendistato, potrebbe introdurre una nota molto positiva in una situazione sociale particolarmente  depressa.
Certo sarebbe meglio che i principali partiti prendessero in considerazione l’idea che forse il sistema dominante non uscirà tanto presto dalla crisi strisciante e non riuscirà più a creare posti di lavoro in misura sufficiente per eliminare le sacche di disoccupazione e di sottoccupazione che si sono accumulate nello scorso decennio, e che quindi la ricerca di meccanismi alternativi non è un lusso utopico ma una urgente necessità. Però forse non si può chiedere tanto e quindi limitiamo le richieste ad un esperimento, ad un qualcosa che male non può fare e che invece potrebbe rappresentare un buon inizio di una “luna di miele” di durata più lunga.
Introdurre una componente di economia solidale, non contrapposta ma parallela a quella dominante, può apparire un piccolo passo, un mezzo compromesso, forse un alibi per qualcuno. Invece potremmo su questa base sperare nella forza delle cose, nella spinta dei bisogni, nella intelligenza di fasce di giovani non ancora contaminati a fondo.

 


di Monica Di Sisto
settimana dal 26 marzo al 2 aprile

Responsabilità sociale: una cattiva notizia, e una no. Anzi due

Come si usa in questi casi, parliamo prima della cattiva notizia. È stata presentata la seconda Comunicazione della Commissione sulla Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI, in inglese CSR), che ha lanciato una “Alleanza Europea per una Impresa Competitiva e Sostenibile”. In barba alle raccomandazioni che ong e sindacati europei avevano rivolto in ambito europeo perché si vincolassero le imprese a obiettivi chiari, protocolli ben scritti e impegni concreti, la Commissione, al grido di "abbattiamo la burocrazia", ha costruito un grande ombrello politico per tutte quelle iniziative di responsabilità sociale d'impresa che grandi e piccole imprese volessero assumere nei confronti di tutti i interlocutori, dai lavoratori, ai fornitori ai sindacati, ai cittadini. I soggetti sociali avevano chiesto alla Commissione che le imprese venissero vincolate a rispettare determinati requisiti per la rendicontazione sociale e ambientale, la trasparenza, gli acquisti pubblici e il monitoraggio indipendente. Su tutto questo, nulla di fatto, anzi si arriva all'esclusione di fatto di sindacati e ong dalla Nuova Alleanza. A nulla valgono lo sconcerto di questi ultimi e di chi, anche nel Parlamento europeo, avendo seguito tutta la vicenda parla di "CSR in un vicolo cieco" e di "un lavoro di cinque anni buttato a mare": anche nel nostro Paese c'è chi plaude alla buona volontà che verrà sicuramente dimostrata volontariamente da tutte le imprese.
Peccato che rispetto a un numero stimato di imprese transnazionali che si aggira intorno a 64mila in tutto il mondo, appena 1.500-2.000, il 3% al massimo produce rapporti sociali annuali e relazioni annuali sulle proprie attività di CSR.
Ecco, allora, la prima buona notizia. a Terra Futura viene presentato un nuovo progetto: [fair]watch, il nuovo progetto di comunicazione, informazione, approfondimento sui temi della Responsabilità Sociale, Economie Solidali, ambiente e diritti "made in [fair]", la rete di consulenti, formatori e comunicatori per un’economia solidale (www.faircoop.it). Sul [fair]watch si potranno trovare dati ufficiali rivelatori, provocazioni, controinformazione, indiscrezioni, buone pratiche e tutto quanto parli di alternativa, decrescita, equosolidale, ma anche il meglio del web in uno stile provocatorio e d'inchiesta.
La seconda buona notizia è che a Firenze a Terra Futura potremo incontrarci:
- venerdì 31 marzo (ore 14.30-18.30 - Sala della Basilica, Fortezza da basso) dove Deborah Lucchetti, presidente di [fair] coordina un seminario nazionale su “Imprese responsabili in territori responsabili”, con la presenza di organizzazioni, sindacati e enti locali.
- domenica 2 aprile (ore 11.00-13.00 - Sala Teatro Lorenese) dove collaboriamo alla presentazione della della prima Guida al Vestire Critico del Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Un'occasione per capire cosa si cela dietro i vestiti che indossiamo ma anche per cominciare a percorrere strade alternative. Saranno presenti Francesco Gesualdi, Gianpietro degli Innocenti e Deborah Lucchetti con la moderazione di Marzio Fatucchi, giornalista di Repubblica.

Per chiudere con un tocco di classe, senza rinunciare al vero cambiamento - al termine della presentazione un'alternativa sfilata di Abiti Vintage - riciclati e sostenibili organizzata da Manitese Firenze.

Tutti a Firenze!

 

 

 

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