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di Antonio Tricarico - CRBM/Mani Tese
settimana dal 26 aprile al 2 maggio
Il fondo della globalizzazione
Immediatamente dopo la storica visita
del Presidente cinese Hu Juntao negli Stati Uniti, ossessionati dalla
paura di non essere più l’unica super-potenza mondiale, si sono svolti
gli incontri di primavera della Banca mondiale e del Fondo monetario
internazionale. Puntuale è arrivata l’esortazione del G7 finanziario
alle istituzioni finanziarie a liberare più risorse petrolifere sui
mercati mondiali per abbassare il prezzo del petrolio, ad abbozzare
timidamente la necessità di un “aggiustamento strutturale” dell’economia
Usa, rigettata da copione dalla Casa Bianca, ed a spingere la Cina a
rivalutare la propria moneta concentrandosi sul mercato interno e non
sull’export per favorire la riduzione dell’enorme deficit commerciale
Usa. Un richiamo che espone la crisi senza ritorno in cui versa il
liberismo, vista però l’ossessione a tutt’oggi della Banca mondiale e
del Fmi di imporre ai paesi più poveri un modello di crescita economica
fallimentare perché centrata essenzialmente sulle esportazioni.
Ancora una volta l’agenda degli incontri ha espresso la necessità per le
istituzioni di Bretton Woods di reinventarsi per sopravvivere ad un
mondo in rapida trasformazione nella geografia economica e politica,
senza però rimettere in discussione le assunzioni della globalizzazione
liberista. Si promette che ad alcuni, ma non tutti, i paesi emergenti
entro l’anno saranno date maggiori quote di potere nel Fondo, ma si
rinuncia a cambiare radicalmente le funzioni e le politiche del custode
della globalizzazione liberista. Sul fronte della Banca il “falco”
Wolfowitz continua la sua crociata anti-corruzione contro solo alcuni
dei governi presunti corrotti del Sud – non importanti per la
geopolitica americana – rifiutandosi però di cancellare totalmente i
debiti odiosi generati da decenni di prestiti della Banca a dittatori
corrotti e ben noti. Infine, il nuovo piano per “l’energia pulita e lo
sviluppo” della Banca che in maniera anacronistica chiede investimenti
in centrali a “carbone pulito” e mega-progetti di estrazione di gas
naturale e addirittura apre all’opzione nucleare, qualcosa che la Banca
non ha mai finanziato. Una chiara restaurazione energetica globale
dettata dagli interessi energetici del G8, inclusa la poco democratica
Russia, che a luglio ospiterà il summit di un gruppo sempre più
offensivo perché apertamente delegittimato dalla storia.

di Roberto Cuda
settimana dall'19 al 25 aprile
La
politica la fanno le borse
In questi giorni l’Islanda è al centro
delle cronache finanziarie di tutto il mondo. Chi l’avrebbe detto.
Un’isola che fino agli anni 80 si basava su un’economia quasi
socialista, dove lo Stato controllava gran parte delle imprese e del
sistema finanziario. Poi sono arrivati 20 anni di liberalizzazioni e
privatizzazioni selvagge e allora il paese è diventato il regno dei
“carry trader”, speculatori che prendono a prestito il denaro dove i
tassi sono bassi e lo investono dove rende molto, in Islanda appunto.
Così l’economia è cresciuta e sono raddoppiati i prezzi delle case,
mentre la banca centrale teneva alti i tassi di interesse per non far
scappare i capitali. Poi come sempre accade il meccanismo si è
inceppato. Il paese acquistava troppo dall’estero e la bilancia
commerciale (esportazioni meno importazioni) è andata in passivo. In
questi casi il rischio è la svalutazione della moneta, perché tutti
comprano valute straniere per pagare le merci acquistate. Ecco che
allora i “carry trader” non hanno perso tempo e hanno cominciato a
vendere tutto quello che possedevano in corone islandesi prima che fosse
troppo tardi, anche perché nel frattempo conveniva investire altrove. Ma
le vendite massicce non fanno che anticipare il crollo della moneta e
questo per la gente significa inflazione e disoccupazione. E siamo ai
giorni nostri. La stessa sorte toccherà probabilmente a Ungheria e Nuova
Zelanda.
La situazione non è allegra, ma purtroppo non c’è nulla di nuovo. Negli
ultimi 15 anni abbiamo avuto oltre 100 crisi finanziarie, alcune
drammatiche. Ogni giorno sopra le nostre teste vengono scambiati 2 mila
miliardi di dollari in transazioni finanziarie e il 95% di queste sono
di natura speculativa. Banche, assicurazioni e fondi comuni comprano e
vendono azioni, obbligazioni e monete centinaia di volte in pochi
minuti, per guadagnare sulle differenze di cambio e sulle oscillazioni
di borsa. Nulla di anormale, se non fosse che questo condiziona
pesantemente le politiche economiche degli stati. E’ triste a dirsi, ma
i governi giudicano le proprie politiche sempre meno dal benessere dei
cittadini e sempre più dall’indice di Borsa. Lo abbiamo visto anche in
Italia. Basta accennare a una diversa tassazione sulle plusvalenze
finanziarie per scatenare mille ipotesi sulle fughe di capitali. Ci sono
paesi dove le leggi finanziarie vengono scritte direttamente dal Fondo
Monetario Internazionale, per non tradire le “aspettative” del mercato.
Impossibile qualunque politica fiscale equa, qualunque legge sul lavoro
o sul rispetto dell’ambiente. Ai mercati non piace. Senza contare gli
effetti nefasti sui lavoratori delle imprese quotate. La politica la
fanno loro, le borse, dopo decenni di faticose conquiste democratiche.
E’ un gioco dal quale non si esce, se non arginando pesantemente il
sistema finanziario con una nuova governance globale, capace di
riportare la sovranità nelle sedi democratiche. Ma si può partire anche
dal basso e forse la società civile si è occupata troppo poco di
finanza. Il quelle banche e in quei fondi comuni di investimento ci sono
i nostri soldi. Alimentare questo sistema finanziario non è un buon
affare, se non per un pugno di speculatori. Ci pensiamo?

di Deborah Lucchetti
settimana dall'11 al 18 aprile
Vite
in bilico
Appena uscita dalla bagarre elettorale
e ancora lievemente tramortita dalla strana notte dell’ 11 aprile, mi
porto a casa una sensazione generale non chiara, che definirei sentirsi
in bilico. Ci si sente in bilico quando non si sa come va a finire,
quando si ha paura di non farcela, quando si corre sul filo e sotto non
c’è la rete, quando si deve stare al gioco anche se non si hanno le
forze, quando il senso di incertezza è forte e non si sa su chi fare
affidamento.
L’Italia è spaccata in due, il centro-destra delle libertà per pochi e
il centro-sinistra delle flessibilità temperate, il profondo nord che
produce e spinge per il “tutti contro tutti” e il resto del paese che
frena perchè ancora disposto, forse, a ragionare di una cassa comune
dove la spesa si fa per tutti.
L’11 Aprile ci siamo svegliati tutti un pò confusi, con quel senso di
incertezza addosso che fa stare poco tranquilli. L’11Aprile era anche
l’anniversario della morte di 64 persone, in maggioranza donne,
tragicamente scomparse all’una di notte di un anno fa, mentre cucivano
abiti per i nostri grandi magazzini; giovani donne e uomini che hanno
smesso di esistere quando il palazzo di nove piani dove lavoravano senza
autorizzazione è crollato, imploso sotto il peso delle macchine troppo
pesanti per la struttura costruita senza il rispetto degli standard
minimi di sicurezza. Si può lavorare in queste condizioni solo per
disperazione, solo se l’alternativa è peggio del rischio potenziale
eppure così vicino, sperando che non capiti proprio a te. Mentre milioni
di giovani donne e uomini rischiano la vita per una tazza di riso e
passano 12 ore al giorno a cucire vestiti che non potranno mai
permettersi, milioni di altri uomini e donne fanno la fila nei grandi
magazzini e si battono per accumulare punti fedeltà che li aiuteranno ad
arrivare a fine mese. L’aumento sensibile del credito al consumo anche
per i consumi più quotidiani, ha fatto drizzare le orecchie ai giganti
della grande distribuzione che le studiano tutte per facilitare le
vendite e fidelizzare i clienti. Carrefour, per esempio, si è inventata
la promozione “100% gratuito”, per cui ogni giorno sarà possibile qui da
noi, trovare su diversi giornali buoni validi per alcuni prodotti
gratuiti, alimentari e non, da presentare in giornata nel centro più
vicino. Forse tra quei prodotti si potrà trovare una camicetta cucita in
Bangladesh, magari da qualche operaia bambina durante il turno di notte
non autorizzato, in una delle tante fabbriche con le uscite bloccate
dalle scatole dove è così facile prendere fuoco.
Se saremo fortunati, quella camicetta pagata una tazza di riso, l’avremo
in regalo; quando ci si sente in bilico e si vive una vita a credito,
anche la carità pelosa può fare comodo.
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di Alberto Castagnola
settimana dal 3 al 10 aprile
Basterebbe poco
In realtà questo scritto dovrebbe
iniziare con le parole di M.L.King, “Ho avuto un sogno…”, ma è meglio
proiettarsi in un futuro meno onirico e molto concreto, non possiamo più
permetterci di perdere tempo, come persone e come umanità, stiamo
coltivando dei rischi di estrema pericolosità che devono invece
essere eliminati subito.
Un nuovo governo deve poter effettuare qualche esperimento,
qualche innovazione, darebbe una trista o noiosa immagine dei partiti
vincitori se si limitasse a cancellare gli errori del regime precedente
o a imporre soluzioni drastiche a problemi atavici senza modificare in
alcun punto la sua filosofia.
E allora proviamo a delineare qualche prospettiva che possa
piacevolmente sorprendere la popolazione (o magari anche gli stessi
militanti dei partiti), che non richiede di rinunciare alle immagini del
mondo fideisticamente sostenute e che soprattutto possono dare dei
risultati immediati, anche nei primi mesi del “nuovo corso” annunciato
nei programmi elettorali.
Se vogliamo migliorare sensibilmente le aspettative occupazionali dei
giovani precari, si potrebbe lanciare un pacchetto di misure volte a
moltiplicare le occasioni di lavoro regolarmente retribuito in settori
di alto interesse pubblico. La tutela ambientale e le energie
alternative presentano un massimo di urgenze e di potenzialità e
soprattutto offrono sia lavori manuali che impegni qualificati o di
ricerca. Garantire forza lavoro non a loro carico a parchi nazionali,
oasi, zone di rispetto; agevolare laboratori di studio e di ricerca
sulle risorse naturali; sostenere officine per la produzione e
il montaggio di pannelli solari; dare contributi per una formazione
specifica e qualificata di giovani italiani e immigrati in forma di
apprendistato, potrebbe introdurre una nota molto positiva in una
situazione sociale particolarmente depressa.
Certo sarebbe meglio che i principali partiti prendessero in
considerazione l’idea che forse il sistema dominante non uscirà tanto
presto dalla crisi strisciante e non riuscirà più a creare posti di
lavoro in misura sufficiente per eliminare le sacche di disoccupazione e
di sottoccupazione che si sono accumulate nello scorso decennio, e che
quindi la ricerca di meccanismi alternativi non è un lusso utopico ma
una urgente necessità. Però forse non si può chiedere tanto e quindi
limitiamo le richieste ad un esperimento, ad un qualcosa che male non
può fare e che invece potrebbe rappresentare un buon inizio di una “luna
di miele” di durata più lunga.
Introdurre una componente di economia solidale, non contrapposta ma
parallela a quella dominante, può apparire un piccolo passo, un mezzo
compromesso, forse un alibi per qualcuno. Invece potremmo su questa base
sperare nella forza delle cose, nella spinta dei bisogni, nella
intelligenza di fasce di giovani non ancora contaminati a fondo.

di Monica Di Sisto
settimana dal 26 marzo al 2 aprile
Responsabilità sociale: una cattiva notizia, e una no.
Anzi due
Come si usa in questi casi, parliamo prima della cattiva notizia. È
stata presentata la seconda Comunicazione della Commissione sulla
Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI, in inglese CSR), che ha lanciato
una “Alleanza Europea per una Impresa Competitiva e Sostenibile”. In
barba alle raccomandazioni che ong e sindacati europei avevano rivolto
in ambito europeo perché si vincolassero le imprese a obiettivi chiari,
protocolli ben scritti e impegni concreti, la Commissione, al grido di
"abbattiamo la burocrazia", ha costruito un grande ombrello politico per
tutte quelle iniziative di responsabilità sociale d'impresa che grandi e
piccole imprese volessero assumere nei confronti di tutti i
interlocutori, dai lavoratori, ai fornitori ai sindacati, ai cittadini.
I soggetti sociali avevano chiesto alla Commissione che le imprese
venissero vincolate a rispettare determinati requisiti per la
rendicontazione sociale e ambientale, la trasparenza, gli acquisti
pubblici e il monitoraggio indipendente. Su tutto questo, nulla di
fatto, anzi si arriva all'esclusione di fatto di sindacati e ong dalla
Nuova Alleanza. A nulla valgono lo sconcerto di questi ultimi e di chi,
anche nel Parlamento europeo, avendo seguito tutta la vicenda parla di "CSR
in un vicolo cieco" e di "un lavoro di cinque anni buttato a mare":
anche nel nostro Paese c'è chi plaude alla buona volontà che verrà
sicuramente dimostrata volontariamente da tutte le imprese.
Peccato che rispetto a un numero stimato di imprese transnazionali che
si aggira intorno a 64mila in tutto il mondo, appena 1.500-2.000, il 3%
al massimo produce rapporti sociali annuali e relazioni annuali sulle
proprie attività di CSR.
Ecco, allora, la prima buona notizia. a Terra Futura viene presentato un
nuovo progetto: [fair]watch, il nuovo progetto di comunicazione,
informazione, approfondimento sui temi della Responsabilità Sociale,
Economie Solidali, ambiente e diritti "made in [fair]", la rete di
consulenti, formatori e comunicatori per un’economia solidale
(www.faircoop.it). Sul [fair]watch si potranno trovare dati ufficiali
rivelatori, provocazioni, controinformazione, indiscrezioni, buone
pratiche e tutto quanto parli di alternativa, decrescita, equosolidale,
ma anche il meglio del web in uno stile provocatorio e d'inchiesta.
La seconda buona notizia è che a Firenze a Terra Futura potremo
incontrarci:
- venerdì 31 marzo (ore 14.30-18.30 - Sala della Basilica, Fortezza da
basso) dove Deborah Lucchetti, presidente di [fair] coordina un
seminario nazionale su “Imprese responsabili in territori responsabili”,
con la presenza di organizzazioni, sindacati e enti locali.
- domenica 2 aprile (ore 11.00-13.00 - Sala Teatro Lorenese) dove
collaboriamo alla presentazione della della prima Guida al Vestire
Critico del Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Un'occasione per capire
cosa si cela dietro i vestiti che indossiamo ma anche per cominciare a
percorrere strade alternative. Saranno presenti Francesco Gesualdi,
Gianpietro degli Innocenti e Deborah Lucchetti con la moderazione di
Marzio Fatucchi, giornalista di Repubblica.
Per chiudere con un tocco di classe, senza rinunciare al vero
cambiamento - al termine della presentazione un'alternativa sfilata di
Abiti Vintage - riciclati e sostenibili organizzata da Manitese Firenze.
Tutti a Firenze!
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